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Il Natale è un'emozione.

Può durare un anno intero, nell'attesa di un regalo, di un nuovo bacio, di un dolce mangiato alla luce di candele rosse.

Ha il sapore di mandorle e cannella, di perline di zucchero e brodo di gallina.

Il Natale è un'emozione.

Viaggia sulla luce di mille lampadire, su fili elettrici dipinti di nero per dare l'impressione di stelle cadute dal cielo, agitate dal vento.

Si riflette in tante voci che si scambiano finto affetto, abbracci dimenticati e auguri di ogni bene.

Il Natale è un'emozione.

Un'aspettativa di qualcosa di nuovo, finalmente.

O solo del ritorno, con valigie di cartone legate con lo spago in vagoni pieni e puzzolenti, dai posti del lavoro a quelli degli antichi amori, che ridiventano nuovi se visti da così lontano.

Il Natale è un'emozione.

E' forte, come la voglia di casa nel freddo e nel vento, e sottile come il suono di una fisarmonica in una taverna per chi passa in fretta, senza sapere bene dove andare.

Il Natale è un'emozione.

Lo puoi aspettare giorno dopo giorno, da quando lo scirocco cade sotto i colpi del vento del Nord, ma ti arriverà addosso all'improvviso, comunque, come un cavallo imbizzarrito pieno di sonagli e pennacchi.

Il Natale è un'emozione.

E' forte come un battito di cuore, è lieve come un battito di ciglia.

Ma può essere portato via da un colpo di vento, e non arrivare mai.

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"Per tutti i santi del paradiso," esclamò Sir Henry "ma è possibile? George, devi sapere che questa è la mia unica e sola vecchietta terribile, la supervecchietta, la vecchietta con quattro stelle. La più in gamba di tutte le vecchiette. E, chissà come, è riuscita a trovarsi a Medenham Walls invece di restare tranquillamente a casa sua, a St Mary Mead, proprio al momento opportuno per trovarsi immischiata in un delitto! Ancora una volta un delitto ha luogo... a puro e semplice beneficio, e per la gioia, di Miss Marple" (...)

Miss Jane Marple era molto simile, se non perfettamente identica, all'immagine che Craddock si era fatto di lei. Aveva un'aria molto più benevola di quanto non avesse pensato, ma era anche parecchio più anziana. A dire la verità, sembrava vecchissima. Aveva i capelli candidi come la neve, il viso roseo, ma rugoso, e due occhi azzurri ingenui e dolcissimi. Era, letteralmente, sepolta sotto cumuli di morbida lana. C'era lana intorno alle sue spalle, sotto forma di un leggiadro e spumoso scialletto, ed era lana quella che stava lavorando a maglia e che sembrava una specie di copertina da neonato.

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Lei voleva cancellare tutto quel ... come chiamarlo? Disamore. Ecco, era questa la parola giusta.

E di quello lei non aveva nessuna colpa. Né davanti a se stessa né davanti al figlio. Era semplicemente successo, era accaduto, come tutte le fatalità della vita, che Attilio si disamorasse di lei. Che anche quell'amore che lei credeva profondo si scardinasse - proprio quando lei aveva creduto che durasse per sempre.

Piccole cose agli inizi. Persino inavvertibili, si disse. Potevi forse stabilire da quanto tempo non si appoggiava più allo stipite della porta, per guardarti al mattino mentre ti vestivi? Da quanto tempo non ti chiedeva quale maglia avresti messo, la rossa o la viola - sei bruna, la viola su di te fa più effetto? Da quanto non ti veniva più a prendere sotto l'ufficio? Da quanto al cinema non ti teneva più la mano e anzi, se ancora tu ti accostavi alla sua spalla, adesso lui la spostava?

Così, a un certo punto, hai dovuto dire: non è più come prima. E in certe notti ti sei persino chiesta: perché? Oppure: dove sta la mia colpa? - perché come tutte le donne pensavi che doveva essere tua la colpa.

E allora ti rispondevi: forse non lo sto più a sentire. Forse non mi curo come prima. Forse mi sono per troppo tempo immersa nel lavoro... O forse è il bambino, che certe volte mi tiene sveglia fino al mattino, quando mi alzo dal letto come una scarpa sformata... Forse passiamo troppo poco tempo insieme, da quanto per esempio non passiamo più una serata da soli, al cinema, a teatro? (...) Le chiacchiere, I pettegolezzi. Che un tempo non vedevate l'ora di scambiarvi al ritorno: tu chi hai visto? tu che hai saputo? Tutte le cose che facevate un tempo erano sparite.

Al loro posto c'erano l'indifferenza, la freddezza (...)

E senza accorgertene ti sei ritrovata dentro quel vuoto - profondo, senza fine. (...)

Disamore. Questo era il nome giusto. Nei suoi occhi ormai leggevi solo il rancore, il rifiuto, il bisogno di sciogliere quel nodo indissolubile in cui forse un tempo aveva creduto anche lui - o magari no? Magari per lui il nostro matrimonio non ha mai avuto senso, ti dicevi. (...)

E intanto ti sentivi svuotata. Privata dell'orgoglio, della dignità di donna. Quasi una cosa messa lì in un angolo a marcire - è così che ti sentivi: una cosa. (...)

Era anzi sempre più facile per te ricorrere al bicchiere. Specialmente la sera, quando lui sarebbe rientrato - tardi, come al solito - e ti avrebbe guardata in quel modo indifferente. Quasi sperasse che tu fossi scomparsa. Non fossi più ad attenderlo, lì, con il bicchiere in mano. Per rinfacciargli la vita che ormai stavate facendo.

E l'alcool naturalmente ti aveva fatta ingrassare. Il disamore ti aveva reso la faccia gonfia e grossolana; il cervello era diventato strano, torpido, assente. Non ci tenevi nemmeno più a vestirti con gusto. Tanto, dicevi, non mi sta più niente; tanto, dicevi, per chi lo devo fare. (...)

Ma tu stessa capivi di essere patetica - semplicemente patetica. (...) Non sapevi che era questo tuo prostrarti, questo supplicare, a farlo ancor di più allontanare? che se al contrario tu ti fossi mostrata indifferente, scostante, forse... Ma come potevi condurre un gioco di cui non sapevi le regole? cos'hanno le donne di tanto strano che si piegano a qualunque sconcezza pur di non sentirsi abbandonate del tutto? Paura di cadere? Paura di scivolare in un gorgo senza fondo? e tu, non ci stavi cadendo forse? Non stavi scivolando, perdendo persino tutta la stima che avevi di te stessa?

Del resto, ormai non parlavate neppure più. E lui sempre più spesso dormiva nell'altra stanza (...) E quando finalmente chiedesti il motivo di quel gesto, di quel gesto, di quel comportamento, lui senza ritegno rispose: "perché non ti voglio più. perché sei sporca, perché sei sudicia, perché sei grassa, figurati se posso dormire con una come te..." 

E mentre ti diceva queste parole, mentre te le sentivi cascare addosso quelle parole, piegandoti, come fossero ondate di vento gelido, tu che hai fatto? Lo ricordi che hai fatto? Sì. Ho semplicemente detto, piangendo "aspetta, aspetta".

(...)

Già, tua madre non sapeva niente di voi due, non sapeva che vivevate in casa da separati. E perché dirglielo, poi? Non sapevi già come sarebbe andata a finire, non sapevi già quali sarebbero state le sue parole? Devi avere pazienza, sai come sono gli uomini. Guarda io con tuo padre... No, mai, non le avresti raccontato mai nulla. Ma ora... (...)

Lui intanto da sotto le coperte, ti guardava con un sorriso ironico. Lui rideva - di te, (...) Proprio mentre si faceva coccolare da tua madre, che di là andava dicendo "come si può, pover'uomo, lasciarlo così da solo, con un bambino di cinque anni, (...) " Sì, sotto le coperte, lui sicuramente se la rideva. Di te, di tua madre, del bambino (...) Fingendosi intanto vittima di una donna così legata alla carriera da infischiarsene della famiglia.

E improvvisamente lo vedesti per quello che era: un uomo piccolo e cattivo. Un uomo di nessun valore, tranne quello che gli avevi dato tu. Allora ti sei avvicinata al letto e gli hai sussurrato, piano: "va bene, bevo e sono sporca e puzzo, ma non mi importa più niente di te. L'unica cosa che spero è che un giorno tu scompaia o muoia... così, sotto i miei occhi."

Sotto le coperte lui aveva rabbrividito e non era un brivido di freddo.

E te ne sei andata via. Subito. te ne sei andata di casa in quel momento, portandoti dietro pochissimo. Come fossi scappata - perché incapace di resistere un momento di più. perché potevi ucciderlo davanti agli occhi di tua madre e di tuo figlio.

(...)

Maria Laura aveva bevuto troppo di quel calice amaro che era il disamore per poter tornare indietro. Neppure la madre riuscì a farle mutare intenzione "Ma perché? Credimi, è pentito, è venuto a piangere da me, non sapevo che dire..." (...) aveva sentenziato la madre: "Sei senza cuore". "E' vero" aveva commentato lei. (...)

E ogni volta lei pensava: bastardo, disgraziato, chissà che storie stai mettendo in giro. Anche se aveva scelto di non dirgli niente, di lasciargli recitare la commedia fino in fondo. Certe volte le pareva di sentirlo. Le sue parole esatte. Quelle che sicuramente andava dicendo - se le sentiva martellare nel cervello: che sia lei a pagare. Io mi sono lavato da ogni colpa come l'agnello pasquale... Per lei mi sono abbassato, mi sono persino umiliato, e adesso, se non mi vuole, non ne ho colpa. Ho diritto piuttosto al mio risarcimento. Ho diritto ad avere per me stima, considerazione, consolazione da tutti quanti: mia suocera, mio figlio, il mondo.

(...) Perché adesso il solo vederlo le guastava il sangue, la faceva tremare, anche se non riusciva a capire qual era l'origine di quei sentimenti - disgusto, rabbia, pietà?

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Signore, tu sai meglio di me che sto invecchiando e che tra non molto sarò vecchia del tutto.

Guardami dalla fatale abitudine di credere che io debba dire il mio parere su tutti gli argomenti, in qualsiasi circostanza.

Liberami dalla voglia di dare una sistemazione alle cose di tutti.

Fammi riflessiva, ma non musona, pronta ad aiutare, senza impormi.

Sembra un vero peccato non usare la mia vasta saggezza, ma tu sai, Signore, che alla fin fine qualche amico voglio pure conservarmelo.

Tieni libera la mia mente dal disperdersi in infiniti particolari; fammi arrivare subito al concreto.

Chiudi le mie labbra sui miei guai e pene: stanno aumentando e la voglia di parlarne diventa prepotente con il passare degli anni. 

Non oso chiederti grazia cosi grande come quella di godere del racconto dei guai altrui, ma aiutami ad ascoltarli e a sopportare i miei con la stessa pazienza. 

E non oso chiederti di accrescermi la memoria, ma ti chiedo maggiore umiltà e minore sicurezza quando la mia memoria sembra urtarsi con le memorie altrui. 

Insegnami la sacrosanta lezione che qualche volta posso sbagliarmi anch'io. 

Conservami ragionevolmente dolce: non voglio essere una santa (è così difficile vivere insieme con alcune di loro!), però una persona vecchia e amara costituisce il coronamento dell'opera del diavolo. 

Rendimi capace di scoprire il bene in luoghi inattesi e qualità in chi non te l'aspetti. 

E concedimi, Signore, la grazia di riconoscerlo apertamente.

Amen

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