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"Ebbene" gli domandai con una certa impazienza.

Eravamo soli in uno scompartimento di prima classe e il treno, un espresso, stava uscendo dalla stazione di Andover.

"L'assassinio" cominciò Poirot "è stato commesso da un uomo di media statura, rosso di capelli, con un lieve strabismo all'occhio sinistro. E' leggermente claudicante dalla gamba destra ed una una piccola voglia proprio sotto la scapola."

"Poirot?" esclamai.

Per un attimo avevo creduto parola per parola alla descrizione del mio amico. Ma bastò che mi strizzasse garbatamente l'occhio per farmi perdere ogni illusione.

"Poirot!" ripetei, stavolta in tono di rimprovero.

"Mon ami, si può sapere cosa volete? Cominciate a guardarmi, tutto fiducioso e pieno di ammirazione, pendete dalle mie labbra comes efossi l'oracolo e vi aspettate una dichiarazione alla Sherlock Holmes! Ora, piuttosto, sentite qual è la verità: 'Non ho la minima idea di chi sia l'assassino, che aspetto abbia, dove abiti, o di come si possa farlo cadere nelle nostre mani'."

"Se, almeno, avesse lasciato qualche indizio..." mormorai.

"Già, l'indizio... è sempre stata la cosa che vi ha attirato di più. Purtroppo, invece non ha fumato una sigaretta per lasciarne cadere la cenere sul pavimento e poi camminarci sopra con una scarpa che ha i chiodi di una forma curiosa! No... non è stato gentile fino a questo punto con noi. Però, se non altro, caro amico, avete 'l'orario delle ferrovie?. Il famoso A.B.C., quello sì che è un gran bell'indizio!"

"Secondo voi, dunque, lo ha lascaito lì per sbaglio?"

"No, assolutamente. Lo ha lasciato con uno scopo ben preciso. Sono le impronte digitali a farcelo capire molto chiaramente."

"Ma a dir la verità non ce n'erano."

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RE: Vuoi parole? Va bene, ne ho la bocca piena, te le regalo, non so più che farmene.

Hai ragione, Leo. Volevo dimostrarlo a Bernhard. Volevo dimostrarlo a te. Volevo dimostrarlo a me stessa. Adesso lo so: posso tradire. Di più, posso tradire Bernhard. Di più, posso tradire Bernhard con TE. Di più, la vera prodezza: posso tradire contemporaneamente anche me stessa, sì, è la cosa che mi riesce meglio in assoluto. A proposito, grazie di aver "partecipato". Leo, lo so: la tua non era depravazione, era compassione. Ti eri offerto di sobbarcarti la metà dei miei sentimenti. Ieri notte, tenuto conto della situazione critica, hai svolto il compito in maniera magistrale. Letto condiviso... metà letto. Dolore condiviso... doppio dolore.

Hai ragione, Leo. Oggi non sto meglio. Non sono mai stata così di merda.

Leo, non puoi neanche immaginare che cosa mi avete fatto "voi due". Mi sento tradita, venduta. Mio marito e il mio amante virtuale avevano stretto un patto alle mie spalle: se uno desidera sentirmi in carne e ossa, l'altro in via eccezionale chiuderà un occhio. Se l’uno poi sparisce per sempre, l’altro potrà tenermi per sempre.

Uno mi restituisce a mio marito, il legittimo proprietario, come se fossi un oggetto smarrito. L’altro in cambio mi concede “l’incontro reale”… un’avventura sessuale con quello che altrimenti sarebbe un’immagine virtuale dell’amore, quasi una specie di ricompensa. Spartizione giusta, separazione perfetta, piano perverso. E la fragile Emmi, equamente divisa tra la dipendenza dalla famiglia e la spinta all’avventura, non ne verrà mai a sapere un bel niente. No, no.

Leo, non sono ancora in grado di dire che cosa questo significherà per me e Bernhard. Probabilmente tu nemmeno lo saprai mai. Che cosa significa per “noi”? Te lo dico subito. E per te, che dovresti sapermi leggere nel profondo come nessun altro, per te non ci saranno stati dubbi, no? Leo, non fare l’ingenuo. Non c’è nessun “miracolo di quattro lettere”. C’è soltanto una logica conseguenza di quattro lettere. Le siamo andanti incontro tremanti così tante volte. L’abbiamo rimandata per tanto tempo, oltrepassata, sorvolata. Adesso ci ha raggiunto, e spetta a me annunciarla: FINE.

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"E' verità universalmente riconosciuta che un musulmano, a prescindere dal suo patrimonio, abbia bisogno di una moglie vergine di nove anni." Così dichiarò Yassi nel suo solito tono distaccato e lievemente ironico, che in rare occasioni, come quella, sconfinava nel burlesco. (...)

All'inizio del Novecento, l'età minima per il matrimonio - nove anni, secondo la sharia - era stata elevata a tredici, e poi a diciotto. Mia madre si era sposata con un uomo che aveva scelto lei ed era stata una delle prime sei donne elette in parlamento, nel 1963. Nel periodo in cui ero cresciuta, gli anni Sessanta, non c'era molta differenza tra i miei diritti e quelli delle donne che vivevano nelle democrazie occidentali. Allora non era di moda pensare che la nostra cultura non fosse compatibile con la democrazia moderna, che esistessero una versione occidentale ed una versione islamica della democrazia e dei diritti umani. Volevamo tutti le stesse opportunità e la medesima libertà. E' per questo che avevamo appoggiato la rivoluzione: era un modo per avere più diritti, non meno.

All'inizio della rivoluzione avevo sposato un uomo che amavo. In quel periodo Mahshid, Nassrin, Manna e Azin erano appena adolescenti, Sanaz e Mitra ancora più giovani e Yassi aveva solo due anni. Quando nacque mia figlia, cinque anni dopo, eravamo già tornati ai tempi di mia nonna: la prima legge ad essere abrogata, diversi mesi prima che fosse ratificata la nuova costituzione, fu quella che proteggeva la famiglia e garantiva i diritti della donna a casa e sul lavoro. L'età minima per il matrimonio venne di nuovo abbassata a nove anni - o meglio, otto e mezzo lunari, ci dissero. L'adulterio e la prostituzione dovevano essere puniti con la lapidazione. E infine le donne, per la legge, valevano esattamente la metà di un uomo. La sharia rimpiazzò la giurisprudenza esistente, e divenne la norma. Da ragazza avevo visto due donne diventare ministro. Dopo la rivoluzione, furono entrambe condannate a morte, con l'accusa di andare contro la legge di Dio e favorire la prostituzione.

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Laila è solo l'ultima in ordine di tempo. Aveva venticinque anni, era marocchina e lavorava al Lingotto da poco. Il suo innamoratissimo fidanzato le ha tappato la bocca perché nessuno potesse sentirla, l'ha uccisa a coltellate e poi l'ha scaricata in riva al Po.

Un'altra storia che si ripete sempre uguale. In Italia in media ogni due o tre giorni un uomo uccide una donna, compagna, fidanzata, amante, ex. La uccide perché la considera di sua proprietà. perché non concepisce che una donna appartenga a se stessa, che sia libera di vivere come crede e persino di innamorarsi di un altro.

Ma è anche colpa nostra sapete ragazze? Perché noi, quando siamo innamorate, non distinguiamo più. Ci rimbambiamo. Scambiamo tutto per amore, mentre l'amore con la violenza e le botte non c'entra un tubo. L'amore con gli schiaffi e i pugni, c'entra come la libertà con la prigione. Noi di Torino, che risentiamo della nobiltà reale, siamo soliti dire che è come passare dal risotto alla merda. Un uomo che ci mena non ci ama. Mettiamocelo in testa. Salviamolo sull'hard disk. Vogliamo credere che ci ami? Bene. Allora ci ama MALE.

Non è questo l'amore. Un uomo che ci picchia è uno stronzo. Sempre. E dobbiamo capirlo subito. Al primo schiaffo. Perché tanto arriverà anche il secondo, e poi un terzo e un quarto. Invece noi ci illudiamo di poter cambiare le cose, di poter correggere gli uomini maneschi, di riuscire a farli crescere anche quando gli si è bloccato lo sviluppo, e scalciano e urlano come bambini capricciosi. Solo che sono bambini alti uno e ottanta, con le spalle da gorilla e le mani che sembrano vanghe. Non illudiamoci mai, mai e poi mai, di poterli cambiare, o che possano cambiare per amore nostro. Anche se piangono come vitelli e dicono che non lo faranno più. Non caschiamoci e chiediamo aiuto il prima possibile. E se una figlia ha un fidanzato così, prendiamola, impacchettiamola e riportiamola a casa. Magari si incazzerà come una belva, magari ci dirà di farci i fatti nostri, ma lo farà da viva, e c'è una bella differenza.

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Il Barone sembrava aver ottenuto ciò che voleva o, almeno, per un attimo non fece altro. Mi sentii sul petto le sue mani che carezzavano la stoffa della sottoveste. Quando riaprii gli occhi, lui era dietro di me e mi annusava i capelli e il collo. Aveva lo sguardo fisso sullo specchio... puntato, mi parve, sulla fascia che mi teneva chiusa in vita la sottoveste. Ogni volta che le sue dita si spostavano, cercavo, con la forza della mente di allontanarle, ma fin troppo presto cominciarono a strisciare come ragni lungo tutto il mio ventre e subito dopo si infilarono nella mia fascia e presero a tirare. Più di una volta tentai di fermarlo, ma il Barone spingeva di lato le mie mani come aveva fatto in precedenza. Alla fine la fascia si sciolse; il Barone se la lasciò scivolare dalle dita, facendola cadere a terra. Le gambe mi tremavano e la stanza mi appariva come una macchia confusa quando lui afferrò con le mani i legacci della sottoveste cominciando ad aprirli. Non potei trattenermi dall'afferrargli di nuovo le mani.

"Non essere così tesa, Sayuri!" mi sussurrò. "Per gli dei del cielo, non ti farò nulla che non mi sia permesso fare. Voglio soltanto guardarti, non capisci? In questo non c'è nulla di sbagliato. Qualunque uomo farebbe lo stesso."

Mentre lo diceva, uno dei lucidi peli che aveva in faccia mi solleticò l'orecchio, cosicché fui costretta a girare la testa di lato. Immagino che dovesse aver interpretato quel movimento come un cenno di assenso, perché le sue mani cominciarono a diventare di colpo più frenetiche. Mi aprì la sottoveste. Sentii le sue dita sul costato, che mi facevano quasi il solletico mentre lui si affannava ad aprirmi la camiciola che portavo sulla pelle. Un attimo dopo ce la fece. Ero atterrita all'idea di ciò che il Barone avrebbe visto, quindi, pur tenendo la testa girata, lanciai un'occhiata in tralice allo specchio. La camiciola era aperta e lasciava intravedere una lunga striscia di carne nuda al centro del mio torace.

Intanto le mani del Barone si erano spostate sui miei fianchi, impegnate a sciogliermi il koshimaki. Quando quel giorno stesso, di prima mattina, me l'ero avvolto in numerosi giri, l'avevo bloccato in vita più strettamente di quanto fosse necessario. Il Barone stentava a trovare la chiusura, ma dopo alcuni strattoni allentò la stoffa in modo tale da riuscire, con un unico lungo strappo, a sfilarmela tutta. Mentre la seta mi scivolava sulla pelle, sentii un suono uscirmi dalla gola, qualcosa di simile ad un singhiozzo. Afferrai con le mani il koshimaki, ma il Barone me lo strappò e gettò anche quello al suolo. Poi, con la stessa lentezza con cui un uomo può togliere la coperta da sopra un bimbo addormentato, mi spalancò la sottoveste, trattenendo il fiato durante tutto quel lungo istante, quasi stesse svelando qualcosa di magnifico. Mi sentii nella gola un bruciore da cui compresi che stavo per scoppiare a piangere, ma non sopportavo lìidea che il Barone potesse vedermi nuda e anche in lacrime. Riuscii in qualche modo a trattenerle, proprio sull'orlo delle palpebre, e fissai lo specchio con una tale intensità che per un lungo attimo ebbi l'impressione che il tempo si fosse fermato. Prima di allora non mi ero certamente mai vista così nuda. E' vero che avevo ancora ai piedi le calze abbottonate, ma mi sentivo più esposta in quel momento, con i legacci della veste sciolti, di quanto mi fossi mai sentita in un bagno pubblico, senza alcun indumento addosso. Vidi lo sguardo del Barone indugiare qua e là mentre fissava il mio riflesso nello specchio. Dapprima spalancò ancora di più la sottoveste per far risaltare la linea dei miei fianchi; poi abbassò gli occhi verso la zona oscura che era fiorita su di me negli anni trascorsi dal mio arrivo a Kyoto, indugiandovi a lungo; infine rialzò lo sguardo lentamente, passando oltre il ventre e lungo il costato, fino alle due areole color prugna: prima da un lato, poi dall'altro. A quel punto il Barone allontanò da me una delle sue mani, cosicché da quella parte la sottoveste tornò a coprirmi. Ciò che fece con quella mano non sono in grado di dirlo; in ogni caso non la vidi più. A un certo punto avvertii una fitta di panico nello scorgere una spalla nuda uscire dal suo accappatoio. Non capivo che cosa stesse facendo... e, anche se oggi mi sarebbe possibile formulare una precisa ipotesi, preferisco non pensarci. So soltanto che avvertii distintamente il suo fiato arroventarmi il collo. Dopo, non vidi altro. Lo specchio divenne una confusa macchia argentea: non ero più riscita a contenere le lacrime.

A un tratto il respiro del Barone rallentò. Avevo la pelle così calda e madida di sudore dalla paura che, quando finalmente mi lasciò andare la sottoveste facendomela ricadere addosso, sentii la ventata sulla schiena come una piacevole brezza. Subito dopo mi ritrovai sola nella stanza: il Barone era uscito senza che me ne fossi accorta.

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