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"Certi corsi hanno migliaia di iscritti. Il professore ne conosce bene o male una trentina che seguono con maggiore frequenza, con l'aiuto dei suoi collaboratori (borsisti, contrattisti, addetti alle esercitazioni) riesce a farne lavorare con una certa assiduità un centinaio. Tra costoro vi sono molti benestanti, cresciuti in una famiglia colta, a contatto con un ambiente culturale vivace, che si possono permettere viaggi di istruzione, vanno ai festival artistici e teatrali, visitano paesi stranieri. Poi ci sono gli altri. Studenti che magari lavorano e passano la loro giornata nell'ufficio anagrafe di una cittadina di diecimila abitanti dove ci sono solo cartolibrerie. Studenti che, delusi dall'università, hanno scelto l'attività politica e perseguono un altro tipo di formazione, ma che prima o poi dovranno ottemperare all'obbligo della tesi. Studenti molto poveri che dovendo scegliere un esame calcolano il costo dei vari testi prescritti e dicono "questo è un esame da dodicimila lire", e scelgono tra due complementari quello che costa meno. Studenti che qualche volta vengono a lezione e stentano a trovare posto nell'aula affollatissima; e alla fine vorrebbero parlare col docente, ma c'è una fila di trenta persone, e devono prendere il treno perché non possono fermarsi in albergo. Studenti a cui nessuno ha mai detto come si cerca un libro in biblioteca e in quale biblioteca: i quali spesso non sanno che potrebbero trovare libri nella biblioteca della loro città o ignorano come si prende una tessera per il prestito.

I consigli di questo libro valgono specialmente per loro."

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Ero brava, pensò. Ero brava quanto lui. Perché ho smesso? Mentre stava lì a fissare le pareti, si accorse di sapere il perché. (...) Non avrebbe mai potuto essere così sfrontata nel suo lavoro. Non sarebbe mai riuscita a spendere le migliaia di dollari che lui si era fatto prestare e che aveva speso per riprodurre quindici enormi nudi. (...) L'incapacità di sperperare e di tollerare il rischio aveva fatto strage della sua creatività.

Lui, d'altra parte, riusciva a divorare il rischio e a cagare fallimenti dappertutto. Non si era fatto scrupoli di chiedere a lei, ai suoi genitori, ai genitori di Aimee, di farsi prestare i soldi necessari per stampare quelle prime quindici, splendide foto. (...) Lui metteva il lavoro al primo posto. Al diavolo tutto e tutte le pretese di essere una persona buona e responsabile. Lui non era gentile. Era sfrontato e sconsiderato. (...)

Il primo indizio era stato il diamante che non si era potuto permettere. Le aveva detto che non poteva desiderarlo, che era troppo seria per quel genere di cazzate, simboli borghesi delle conquiste femminili. In realtà Aimee non desiderava avere la pietra, ma i rituali del corteggiamento avevano un loro perché. Se non aveva intenzione di cambiar vita prima del matrimonio, di sicuro non si sarebbe adattato una volta sposato. E il cambiamento è  parte integrante di quel compromesso chiamato matrimonio. Un paio d'ore di allegria trascorse al comune costituirono la cerimonia nuziale. Poi erano tornati di corsa nella camera oscura per finire di sviluppare le foto per la mostra. Quella sera quando la presentò come sua moglie, Aimee non si accorese che il loro matrimonios i era ridotto a un buon argomento di conversazione con un mecenate della galleria d'arte. (...)

I compleanni passavano, festeggiati con un giro di vino scadente in bicchieri di plastica. Poi, mentre preparava una mostra in una galleria d'arte, Aimee era caduta da una scala e si era rotta il polso.

Avrebbe dovuto essere una cosa semplice, ma la galleria non era assicurata per quel genere di cose. Aimee non aveva nessuna assicurazione. Una settimana dopo, con le dita gonfie come patate novelle, Aimee aveva confessato tutta la storia ai genitori. la madre si era precipitata in città come un'orsa che scende di corsa giù dalle montagne per salvare il suo cucciolo. Due settimane e diecimila dollari dopo, il polso fu rimesso a posto e la mano salvata. Anche Aimee si era spezzata. Eppure lui aveva continuato ad andare avanti, determinato, insistendo sul fatto che fosse una vita magnifica. Aimee aveva suggerito dei compromessi. Lui aveva risposto che erano cose impossibili.

Se lui fosse stato un patito della bottiglia o del calcio o del poker invece che del lavoro, lei lo avrebbe visto per quello che era fin dal principio. Avrei dovuto insistere per un anello grosso, grossissimo, ripeteva a se stessa seduta da sola nel loro appartamento. Non lo avrebbe mai comprato e allora mi sarei accorta di quante cose sono più importanti di me. (...)

Dopo l'incidente Aimee era tornata a scuola ed era diventata un'assistente legale. Lui le aveva detto di non farlo. Se la sarebbe cavata.

"Non voglio cavarmela" gli aveva risposto. "io voglio vivere. Voglio una copertura sanitaria".

"Ti mancherà la libertà"

"La libertà è troppo costosa" aveva ribattuto lei "Costa un occhio della testa"

"No!" aveva esclamato scoppiando a ridere "solo una mano!"

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" Per esistere, abbiamo guardato per anni come facevano gli uomini. Come fanno gli uomini a lavorare? Come fanno gli uomini ad avere successo? Come fanno a far carriera, a sedurre, a rimanere affascinanti fino a settant'anni e più? Come si fa a essere popolari in tv?

A forza di osservare abbiamo imparato. Per imitazione.

E siamo diventate brave. I dati li conosciamo: brave negli studi, nelle professioni, brave come gli uomini e più degli uomini. Perché, per farci scegliere, dovevamo lavorare meglio di loro, altrimenti la scelta non sarebbe caduta su di noi.

"Un capo donna è cento volte peggio di un capo uomo"  si sente spesso dire. Più cattive, più spietate, più intransigenti. In molti casi, però, per noi non c'è scelta: una delle caratteristiche per il capo di successo è dimostrare di "avere le palle". Abbiamo fatto anche questo. Ed è divenuto un simbolo di credibilità, se anche le soubrette televisive arrivano a considerare gli "attributi" maschili una qualità.

Ma dal momento che la nostra è la società dell'apparire non è bastato, per esistere, lavorare come uomini. In più, rispetto a loro, dovevamo preoccuparci anche del nostro aspetto. E se il potere si conquista con anni di duro lavoro, alla fine hai acquisito molte competenze ma non hai più la faccia adatta. Sei diventata vecchia. Per un uomo, "vecchio" è sinonimo di autorevole, ma non per le donne.

E se Hillary Clinton è ritenuta dura e capace più di un uomo, accade che alcune sue foto che la ritraggono con il volto di chi lavora diciotto ore al giorno, cioè con il volto segnato, siano state usate per screditarla durante la campagna presidenziale: una vecchia non può essere presidente degli Stati Uniti d'America.

"Foto impietose" scrivevano i giornali. No, foto vere di un volto segnato dalla fatica. Giudicarle impietose suppone che renderle "pietose" avrebbe implicato un filtro dell'obiettivo, un fotoritocco. Il problema non sta nelle foto, bensì nel nostro sguardo. Siamo noi che decidiamo che il volto segnato di un uomo comunica autorevolezza e quello di una donna solo vecchiaia inutilizzabile. Cambiamo lo sguardo, non le foto.

Le bambine crescono e ci guardano. Cosa vedono?

Vedono che ad essere studiosa, preparata e dura come un uomo puoi far carriera.

Vedono che se sei giovanissima e con un bel corpicino hai un potere enorme sul mondo e sugli uomini vecchi e anche importanti.

Ragazzine che assumono atteggiamenti aggressivi, le bande di bulle che crescono, la velina da emulare e l'assunzione di ruoli direttivi con stile di leadership aggressivi.

E' interessante notare come su un punto le donne in carriera siano d'accordo con alcune esponenti del femminismo: la presa di potere nelle organizzazioni aziendali e politiche è una meta da raggiungere. Pochissime si interrogano sulle modalità da utilizzare. "

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"Abbandonata a se stessa, era tormentata dal ricordo delle mani sul suo corpo. Ora ne sentì una sotto il braccio, che le scivolava verso la vita. Le venne in mente Martinez, il suo modo di aprirle il sesso come un bocciolo, i colpetti della sua lingua veloce che copriva la distanza dal pelo pubico alle natiche, fermandosi nella fossetta alla fine della colonna vertebrale. Come gli piaceva questa fossetta che portava le sue mani e la sua lingua a seguire la curva all'ingiù e svanire tra le due morbide rotondità carnose. 

Pensando a Martinez, Matilde si sentì invadere dalla passione. E non riuscì ad aspettare il suo ritorno. Si guardò le gambe che a furia di vivere in casa erano diventate bianche, molto allettanti, di un bianco gesso simile alla carnagione delle donne cinesi, di un morbido pallore da serra che gli uomini, e in particolare i peruviani di pelle scura, amavano molto. Si guardò il ventre, senza un difetto, senza una sola piega che non avrebbe dovuto esserci. I peli pubici erano rosso dorati, brillavano al sole. 

"Com'è che mi vede lui?" si chiese. Si alzò e portò un lungo specchio vicino alla finestra e lo appoggiò al pavimento, contro una sedia. Poi vi si mise di fronte, seduta sul tappeto, e lentamente aprì le gambe. La vista era incantevole. La pelle era immacolata, la vulva rosata e piena. Pensò che era come la foglia dell'albero della gomma con il suo latte segreto che la pressione delle dita poteva far uscire, la mistura odorosa che assomigliava a quella delle conchiglie marine. Così era Venere, nata dal mare, con dentro questo piccolo chicco di miele salato, che solo le carezze potevano far uscire dai recessi nascosti del suo corpo.

Matilde si chiese se sarebbe riuscita a farlo uscire dal suo misterioso nocciolo. Aprì con le dita le piccole labbra della vulva e incominciò ad accarezzarla con la dolcezza di un gatto. Avanti e indietro, si accarezzò come faceva Martinez con le sue dita scure più nervose. Le vennero in mente quelle dita scure sulla sua pelle, così in contrasto col suo pallore, così grosse che sembravano più adatte a far male che a suscitare piacere con il loro tocco. Con quanta delicatezza la toccava, pensò, tenendo la vulva tra le dita come se stesse toccando del velluto. Anche lei la prese come faceva lui, tra il pollice e l'indice. Con l'altra mano libera continuò ad accarezzarsi. Provò lo stesso scioglimento che sentiva sotto le dita di Martinez. Da qualche luogo oscuro stava arrivando un liquido salmastro, a coprire le ali del suo sesso; e tra esse ora brillava.

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(dal diario di Eva)

DOPO LA CADUTA

Quando mi guardo indietro, il Giardino mi pare un sogno. Era bello, estremamente bello, un vero incanto; e ora è perduto e non lo vedrò mai più.

Il Giardino è perduto, ma ho trovato lui e sono contenta. Lui mi ama meglio che può e io lo amo con tutta la forza della mia natura appassionata che, secondo me, è propria della mia giovane età e del mio sesso.

Quando mi chiedo perché lo amo, sento che non lo so e che non m'importa poi molto di saperlo; suppongo quindi che questa specie d'amore non sia l'esito di un ragionamento e non sia un fatto di statistica, come l'amore che si prova per altri rettili e animali in genere.

Penso che debba essere proprio così. Io amo certi uccelli per il loro canto, mentre il mio amore per Adamo non nasce dal suo modo di cantare; no, non è quello; anzi, più lui canta e più io non mi capacito. Eppure gli chiedo di cantare, perché desidero imparare ad apprezzare ogni cosa verso la quale lui prova interesse. Sono certa di poter imparare, giacché all'inizio non riuscivo a sopportarlo, mentre ora sì. Mi fa venire il latte alle ginocchia, ma non ha importanza; mi ci posso abituare.

Non è dal suo acume che nasce il mio amore per lui; no, non è quello. Non è colpa sua se il suo acume è quello che è, in quanto non ne è stato lui l'artefice; Adamo è tale quale Dio l'ha fatto e questo è quanto. L'intento però era buono, ne sono sicura. Col tempo si svilupperà, benché non di colpo, a mio parere; del resto non c'è fretta, dato che va già abbastanza bene così com'è.

Non è dai suoi modi gentili e premurosi e dalla sua sensibilità che nasce il mio amore per lui. No, in questo ha ancora delle lacune, però va già abbastanza bene così com'è e sta migliorando.

Non è dalla sua industriosità che nasce il mio amore per lui; no, non è quello. Io penso che ne abbia e non so perché me la nasconde. Questo è il mio unico cruccio. Altrimenti è leale e aperto con me, adesso. Sono certa che non mi nasconde nulla, tranne questo. Mi addolora che mi tenga all'oscuro di qualcosa e talvolta, quando ci rimugino su, mi rovina il sonno, ma farò uscire questo pensiero dalla mia mente; non dovrà turbare la mia contentezza, che altrimenti è colma fino quasi a traboccare.

Non è dalla sua istruzione che nasce il mio amore per lui; no, non è quello. Lui è autodidatta e sa veramente una grande quantità di cose, che però sono sbagliate.

Non è dalla sua cavalleria che nasce il mio amore per lui; no, non è quello. Anzi, mi ha fatto la spia, ma non lo biasimo; è una caratteristica del suo sesso, a mio parere, e non è lui l'artefice del suo sesso. Naturalmente io non gli avrei mai fatto la spia, piuttosto sarei morta, ma anche questa è una caratteristica del mio sesso e non ne ho alcun merito, perché non sono io l'artefice del mio sesso.

Come mai, dunque, lo amo? Semplicemente perché è maschio, penso.

In fondo è nuono, e per questo lo amo, però potrei amarlo anche se non lo fosse. Quand'anche mi picchiasse e mi trattasse male, continuerei ad amarlo. Lo so. E' una questione di sesso, penso.

E' forte e bello e per questo lo amo, lo ammiro e sono orgogliosa di lui, però potrei amarlo anche se fosse privo di tali qualità. Lo amerei anche se fosse brutto; lo amerei anche se fosse un relitto umano; lavorerei per lui, mi sfiancherei per lui, pregherei per lui e veglierei al suo capezzale finché avessi vita.

Sì, penso di amarlo semplicemente perché lui è mio ed è maschio.

Non c'è nessun'altra ragione, presumo. Perciò penso che sia come ho già detto all'inizio: questo genere di amore non è l'esito di un ragionamento e non è un fatto di statistica. Semplicemente arriva, da dove nessuno lo sa, e non ha spiegazioni. Ma non ne ha neanche bisogno.

Questo è ciò che penso. Tuttavia sono solamente una ragazza, la prima che ha considerato la questione, e può darsi che nella mia ignoranza e nella mia inesperienza mi sia sbagliata.

 

QUARANT'ANNI DOPO

La mia preghiera, il mio anelito è che possiamo lasciare insieme questa vita, un anelito che non scomparirà mai dalla Terra, ma albergherà nel cuore di ogni moglie che ama, fino alla fine dei tempi, e sarà chiamato con il mio nome.

Se però uno di noi due dovrà andarsene prima dell'altro, la mia preghiera è che quella sia io, giacché lui è forte e io sono debole; io non gli sono così necessaria come lui è necessario a me... La vita senza di lui non sarebbe più vita; come potrei sopportarla? Questa preghiera, poi, non si estinguerà con me e non cesserà d'essere rivolta al cielo finché proseguirà la mia stirpe. Io sono la prima moglie e continuerò a vivere fino nell'ultima.

 

SULLA TOMBA DI EVA

ADAMO: Ovunque lei era, là era l'Eden.

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