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Non riesco a definire questo libro... non riesco nemmeno a decidere se mi è piaciuto o meno…   L'ho letto principalmente perché veniva indicato come fonte di "ricca ispirazione" per Garcìa Marquez nel suo "Memoria delle mie puttane tristi" e questa cosa mi incuriosiva... Non avevo mai sentito di questa storia, prima d'ora, non avevo mai neanche sentito il nome dell'autore, nonostante si tratti di un Premio Nobel (ahimè... la mia ignoranza è più che evidente, a quanto pare!) non riuscivo nemmeno a ricordarmelo, l’autore, quando sono andata in libreria per comprare il libro: ho detto alla commessa il titolo, e lei me lo ha trovato nello scaffale più alto dei "Classici moderni"... bassina come sono, da sola non lo avrei mai trovato!   ...ed effettivamente a lettura ultimata di entrambe le opere (ma ho letto prima Garcìa Marquez, rispetto a Kawabata) mi sono convinta anch’io che Garcìa Marquez abbia attinto abbondantemente da questo lungo racconto.   L'atmosfera è ben descritta e dettagliata. Le ragazze che dormono insieme al vecchio Eguchi, una dopo l'altra, in diverse notti, sembra quasi di vederle con gli occhi della mente, mentre lui le scruta, le studia, le accarezza, le protegge perché non prendano freddo. Kawabata ne descrive le mani, i capelli, il candore della pelle quasi fosse lui stesso ad accarezzarle delicatamente, con le sue parole. Ed è proprio la condizione di "belle addormentate" a rendere queste fanciulle inermi, indifese, bisognose di attenzioni e protezione: il sonno indotto da un potentissimo sonnifero, potrebbe spingere un qualsiasi uomo ad approfittare di loro (non esistono per questo al giorno d'oggi le cosiddette "droghe da stupro" che servono ad annientare ogni resistenza e ad intontire la vittima al punto tale da non ricordare più nulla di quanto accaduto?!?) eppure questo sonno ispira il massimo rispetto; eppure Eguchi dopo averle studiate, incuriosito, desidera per sé lo stesso sonno, la stessa pace, la stessa tranquillità che vivono loro. D’altronde, dal momento che la casa in cui le ragazze dormono, ha solo ospiti anziani, spesso impotenti – ma il vecchio Eguchi ci tiene più volte a ricordare a se stesso con orgoglio che il problema dell’impotenza senile ancora non lo riguarda! – la loro condizione di dormienti, è “rassicurante” per gli ospiti della casa, i quali non dovendo avere “ansia da prestazione” di fronte ai loro giovani corpi, possono comunque godere della loro silenziosa e rassicurante compagnia, del calore della loro pelle nuda sotto le coperte, attingere dalla loro giovinezza e dalla loro silenziosa presenza pensieri e ricordi, quasi per semplice contatto.   A riportare Eguchi alla “realtà” delle cose, al vero ed effettivo ruolo che esse hanno di semplice “compagnia a pagamento” (sebbene si tratti di una compagnia particolare) è l’episodio finale in cui la morte di una delle ragazze, per la responsabile della casa, non rappresenta che una situazione da risolvere in fretta ed in silenzio, un semplice corpo di cui disfarsi, al pari di “spazzatura da buttare via”.   Il libro contiene inoltre altri due racconti di Kawabata, “Uccelli e altri animali” e “Il braccio”, i quali, devo ammetterlo, non mi sono piaciuti.  

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Se mi aspettavo un libro erotico o pseudo-tale?! Lo ammetto, sì, mi aspettavo qualcosa di piccante o che ci provasse, almeno!

Cosa ho trovato invece? Il diario di una ventottenne come tante altre… un po’ come sono stata io in passato… un po’ forse, come sono io ancor oggi: cicciotta, anonima, un po’ timida, traumatizzata dall’abbandono del padre, dall’ex ragazzo che l’ha lasciata definitivamente dopo che lei gli aveva chiesto una pausa di riflessione, e che ha deciso di sfruttare la vita di coppia vissuta insieme a lei (particolari intimi compresi) come materiale per la rubrica – intitolata “Brava a letto” appunto che aveva su una importante rivista locale - e costantemente impegnata ad essere perfetta per tutti – secondo i canoni imposti dalla moda e da tutti recepiti come legge – tranne che per se stessa.

Andiamo: a chi non succedono cose del genere?!? A nessuna, dite? Beh, fortunata io… A me sì, è successo praticamente tutto quello che è capitato a Cannie!

Mio padre mi ha imposto sin da bambina uno stile di vita molto rigido, che comportava il “dovergli piacere”: insomma, dovevo meritarmi il suo affetto, le cose che mi comprava, e ogni volta il prezzo era sempre più alto… non bastavano i 6 a scuola, e poi non bastavano più neanche i 7, qualunque cosa facessi, o mi succedesse, trovava il neo, la piccola pecca… mai una lode, mai un complimento, mai uno sguardo orgoglioso e fiero. Avere un padre come quello era faticoso ed impegnativo.

E poi l’ho perso. Avevo 32 anni. All’improvviso. E mi sento “abbandonata”, come Cannie, che sente di non essere stata la figlia che suo padre voleva e che per questo lui l’avesse abbandonata. Ma non era così. E non è così neanche per me: è stato un infarto a portarmelo via, lui non voleva andarsene! Ma il senso di vuoto e di abbandono c’è ancora.

Ho lasciato il mio ex. L’ho lasciato io: le cose non andavano bene, da tempo, forse troppo, ma alla fine la decisione l’ho presa. E lui cos’ha fatto? Non scrive per un giornale, ma ha comunque una fitta e capillare rete di conoscenze ed amicizie alle quali ha rivelato la “sua personalissima versione” dei fatti… e non contento, si è anche presentato al funerale di un mio zio a raccontare la stessa versione a tutti i miei parenti, prendendoli da parte uno per uno, senza pensare che la bara dello zio non era neanche stata chiusa, ancora!

Ah! Dimenticavo di aggiungere che non ho sicuramente il fisico di una modella, e le diete le ho provate più o meno tutte, e che uno dei particolari che hanno incrinato i miei sentimenti verso di lui era proprio il fatto che lui non apprezzasse “l’abbondanza”: insomma, non gli piacevano le mie cicce, e non mancava di farmelo notare, in ogni occasione!

È solo la maturità – e tanto tanto lavoro interiore, oltre a tanto amore ricevuto – che ci insegna ad amare il nostro corpo a dispetto di chi non lo ama, o peggio lo disprezza, a dispetto di chi identifica con quei rotoli di ciccia anche il cuore ed il cervello che vi sono dietro. Se proprio vogliamo trovare una morale al libro, “Brava a letto”, insegna proprio questo.

Vogliamo poi aggiungere le difficoltà e le ansie che ho vissuto quando mio figlio è nato? Niente di grave, per fortuna, ma l’ultima settimana in ospedale è stata pesante, e il giorno del parto decisamente traumatico… soprattutto quando ho temuto per la vita del mio bambino…

Ma basta parlare di me! Parliamo del libro!

Non aspettiamoci – come dicevo – scene erotiche, perché il titolo in questo senso è leggermente fuorviante, e non ve ne sono!

Non aspettiamoci la letteratura di alto livello, perché si sa che è un libro “da ombrellone”… e prendiamolo per quello che è (vedo spesso in giro recensioni indignate a libri “da ombrellone” come se ci si aspettasse un nuovo premio nobel per la letteratura, e se ne restasse delusi – certo, a parte quei casi praticamente illeggibili frutto di un’abile strategia di marketing… e ce ne sarebbero molti da citare ad esempio).

Insomma: l’ho letto pensando di leggere qualcosa di leggero. E in tal senso mi è piaciuto. L’ultima parte mi ha anche commossa fino a farmi versare copiose lacrime.

Non ho finito di leggere “Il diario di Bridget Jones” e anzi, quel poco che ne ho letto mi ha delusa, perché in verità è come questo libro che me lo immaginavo. Scherzoso, sornione, leggermente ironico, ma anche serio, riflessivo, impegnativo per certi versi.

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… Era il lontano 1973… non c'era internet, c'era forse una tv per famiglia con due o tre canali ed il carosello, rigorosamente in bianco e nero, non tutti avevano il telefono in casa. Ancora vivo il ricordo di Woodstock, forse si sentiva ancora il fumo dei reggiseni bruciati in piazza. Erano gli anni di riforma del diritto di famiglia, con l’allora controversa (oggi in molti casi benedetta) introduzione del divorzio. Teniamone conto quando leggiamo un libro come questo, che nonostante siano passati quarant'anni, è attuale come non mai.

L'argomento? Le fantasie erotiche femminili. Negate per anni, per secoli, per millenni, com'è stata negata la sessualità e la libertà di espressione della donna, eppure vive come tramandate, nelle singole e solitarie esperienze di donne che si vergognano delle loro fantasie, che hanno paura di parlarne, e che nonostante tutto riescono a farle convivere con la cura della casa e dei figli.

La riflessione dell’autrice parte da un episodio piuttosto banale: racconta al suo partner una fantasia erotica immaginata mentre erano a letto insieme. Inutile dire che l’uomo scappa via a gambe levate.

Da lì l’idea di infrangere il tabù, ma come? Dopo le difficoltà inizialmente incontrate nel convincere le sue stesse conoscenti e amiche ad aprirsi su un argomento tanto scottante, l’unica soluzione possibile è scrivere un annuncio per convincere donne di ogni luogo, ceto, status, età, a farsi intervistare o ad inviare lettere che raccontino le loro esperienze con l’immaginario erotico, in modo da poter raccontare quanto più materiale possibile. La prospettiva dell’anonimato – Nancy Friday pubblica solo i loro nomi di battesimo e pochi, scarni dettagli sulla loro vita – è rassicurante, e le lettere riportate nel saggio sono numerose, e in molte contengono un punto fondamentale: ognuna di loro credeva di essere l’unica, la sola, di essere strana, diversa, per il solo fatto di avere delle fantasie erotiche. Ognuna di loro ringrazia Nancy per il suo lavoro, per aver letto o ascoltato i segreti più segreti di tante donne. Ognuna di loro coglie l’occasione per analizzare se stessa e trovare in un punto della propria vita, nell’infanzia o nell’adolescenza, in genere, quando il sesso è ancora un mistero e l’immaginazione fervida e fertile, l’origine di quella particolare fantasia.

Perché tanto mistero? Perché il bigottismo ed il perbenismo della società – di allora, ma anche attuale, ammettiamolo – non può accettare che una signorina o signora “per bene” possa parlare di certe cose, possa sognare o desiderare una “liberazione sessuale”. La stessa masturbazione femminile era negata, tanto che Freud non solo inventò il concetto dell’ “invidia del pene”, ma nega l’esistenza della libido femminile che per lui non ha alcuna giustificazione.

E invece nel 2013 leggendo questo libro si scopre che anche nel 1973 le donne fantasticavano di rapporti lesbici, di rapporti a tre, di essere prese con la forza, di dominare, di farsi guardare o di guardare durante la masturbazione, di avere rapporti con animali, di usare sextoys (anche “arrangiati in casa”), né più né meno di come fantasticavano gli uomini… con la differenza che per gli uomini era molto più facile parlarne, tra loro, confrontarsi, vantarsi. Mentre per le donne era praticamente impossibile.

L’autrice raccoglie materiale in abbondanza e lo pubblica quindi in questo saggio – raccolta di confessioni riordinando lettere ed interviste per argomenti con precisione scientifica, separando le diverse tipologie di fantasie erotiche ed analizzandole una per una.

Sarà facile per ogni donna ritrovarsi in alcune delle fantasie descritte, sentirsi meno “sola” nelle evocazioni della propria mente, e nelle proprie esperienze di fanciulla e di adolescente.

Il libro è scorrevole, l’approccio non è scientifico né cronachistico, perciò scritto in modo chiaro e accattivante, ma forse le confessioni riportate sono troppe, e alcune lunghe più del dovuto, tanto che a una trentina di pagine dalla fine sembra che si ripetano.

Purtroppo è fuori commercio su diversi siti come IBS, Amazon, ecc... Al limite se ne possono trovare alcune copie in pdf in lingua originale su web, in barba al copyright ;-)

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INCREDIBILE: è stato scritto ben sedici anni prima delle cinquanta sfumature, e quale precursore dei tempi, non ha avuto il successo che meritava. 
sia chiaro, non parlo di grande letteratura... mi riferisco sempre a libri non impegnati, dedicati ad una lettura più "femminile" (sì, lo so, è uno stereotipo, ma rende un po' l'idea di ciò che intendo), magari da ombrellone... però se lo confronto - ed il paragone è assolutamente inevitabile - con le cinquanta sfumature, il grigio, il rosso ed il nero, impallidiscono notevolmente! 
L'autrice - decisamente meno pudica della James - sa quando e come usare il linguaggio, termini più spinti, descrizioni più corpose, fantasie più interessanti, e sempre in confronto alle cinquanta sfumature, decisamente eccitanti! 
E stiamo parlando degli anni Novanta! Naturalmente però - almeno in Italia, il libro non ha avuto successo, finché non è stato trascinato proprio dalle cinquanta sfumature dagli scaffali più nascosti delle librerie, verso le vetrine (prima delle cinquanta sfumature, avremmo visto forse in vetrina, copertine e titoli di questo tipo?! no, sicuramente no...) 
E proprio da una vetrina mi ammiccava questo anonimo volume di quest'anonima autrice inglese. 
Ah… (sospiro quasi afflitta), com’è possibile che la letteratura e la cultura si trovino in tale stato di sudditanza rispetto alle fredde e calcolatrici leggi del marketing e dei profitti?!? E noi lettori?!? 
Per tornare al libro, che ho letto in appena ventiquattr'ore, dicevo che non è sicuramente “grande letteratura”, ma rientra perfettamente nel genere, proponendo una storia carina e scorrevole. 
Peccato essermi rovinata la sorpresa del finale quando per curiosità sono andata a vedere di quante pagine fosse il libro, e all’ultima pagina, mi sono saltate agli occhi le parole dell’ultima frase… 
Non posso certo dire che il finale mi abbia delusa, forse era quasi “scontato”… però, personalmente gli avrei dato maggiore tensione – e magari mi sarei tenuta la possibilità di un sequel – con un finale diverso… ma non voglio svelare nulla a chi abbia intenzione di leggerlo…

uhm... secondo me la James lo ha letto, prima di scrivere le cinquanta sfumature... ed ha pure preso qualche spunto...

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Premetto che non ho visto il film di Tinto Brass. E premetto anche che dopo aver letto il libro, penso che Tinto Brass non fosse il regista adatto a trarre un film da quest’opera. Ciò non esclude che il film possa anche piacermi, quando lo vedrò, ma certamente mi sarà difficile collegare mentalmente un film erotico ad un libro che passa per essere erotico, ma che in realtà erotico non è! 
...O per lo meno: l’erotismo de “La chiave” è talmente sottile ed elegante, che a paragone “Emmanuelle” (di Emmanuelle Arsan) potrebbe sembrare un libro porno! “La chiave” riesce a parlare di sesso – perché in pratica ne sarebbe l’argomento principale – pur senza parlarne! 
Immaginiamo una famiglia borghese, con una discreta differenza d’età tra i coniugi (una decina d’anni) ed una figlia in età da marito, in un tempo che può essere immaginato tra l’immediato (secondo) dopoguerra e gli anni ’60 (il romanzo è stato pubblicato nel 1956)… Immaginiamo la noia, la mancanza di dialogo, le differenze caratteriali tra i coniugi protagonisti… Immaginiamo che entrambi tengano un diario segreto sul quale annotano desideri e fantasie e dubbi e che questi loro diari in realtà tanto segreti non siano… (ma una conferma di questo si avrà solo alla fine) e che anzi vengano utilizzati come una lettera aperta al coniuge per comunicargli i desideri e le fantasie più intimi e nascosti, quelli che non si avrebbe mai il coraggio di comunicargli a voce. 
In questo libro vengono descritte con estrema naturalezza, limpidamente e con pudore, quelle che potrebbero sembrare perversioni sessuali: il desiderio di fotografare la moglie in pose sensuali, l’eccitazione provata all’idea di mostrarla ad un altro uomo – il futuro genero – e di spingerla tra le sue braccia. Viene descritta la trasformazione di questa donna che pudica e riservata, inizialmente incosciente, ma successivamente cosciente e complice, per devozione, per desiderio e lussuria, per amore, accetta e soddisfa i desideri del marito. La trasformazione – l’emancipazione – di una donna dapprima chiusa in se stessa, nelle sue ferree e rigide regole morali, in una donna aperta, libera, sicura di sé. 
Direi che il libro è poco descrittivo (normalissimo, trattandosi di un romanzo in forma di diario), eppure lo stile scorrevole e leggero riesce a rendere bene l’idea dei personaggi, dei luoghi e delle ambientazioni, e soprattutto – naturalmente – della psicologia dei protagonisti.

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