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In una calda sera d’agosto, durante un fin troppo breve) week-end napoletano, passo davanti ad una libreria Mondadori in pieno centro, a due passi dalla suggestiva Piazza del Plebiscito, e tra i vari libri con cui sono uscita come ultima cliente, pochi istanti prima della chiusura del negozio, c’era questo …

ero effettivamente un po’ perplessa: non conoscevo l’autore, né il personaggio principale, e non mi sembrava il caso di sperimentarne la conoscenza con un tomone di quattrocento pagine abbondanti, inoltre non ero nemmeno convinta di riuscire ad ambientarmi in una città – Napoli, appunto – ed in un’epoca – è ambientato nel 1931, ben ottant’anni fa! – che non conosco.

… Eppure …

Tra i quattro libri delle stagioni del commissario Ricciardi, che erano in bella mostra sull’espositore, questo in particolare mi ha colpita per l’immagine della copertina, e l’ho scelto, alla fine … quale sorpresa scoprire che il periodo estivo di cui si parla sono proprio i giorni in cui io mi trovavo a Napoli e l’ho comprato, che coincidenza, no?

De Giovanni non mi sembra avere uno “stile” particolare, preciso, ben definito, come potrei dire di altri autori, eppure è chiaro e scorrevole, si fa leggere volentieri e velocemente, e dà al lettore tutti i mezzi per entrare nella storia, per camminare tra i vicoli, e nelle piazze, per conversare con gli altri personaggi … non è ricchissimo e prolisso nelle descrizioni, eppure con poche pennellate decise sa fotografare una scena, un’espressione, con precisione racconta immagini e descrive abbigliamenti e sensazioni, e gli odori, intensi, i profumi, le voci, come se il lettore fosse lì insieme ai personaggi, anzi: sa coinvolgere come da tempo non mi accadeva di essere coinvolta da un libro, di restare sveglia di notte, nonostante le palpebre tentassero di chiudersi, a girare le pagine per sapere come andrà …

Anche la scelta di raccontare “il posto di ognuno” dal “punto di vista di ognuno” dei personaggi principali e secondari è interessante: insomma, in quanti altri libri gli autori ci permettono di conoscere cosa pensano la moglie, la tata, i figli, i parenti, dei protagonisti principali? Prendiamo ad esempio Montalbano (giusto per fare un paragone che può sembrare quasi scontato: commissario l’uno, commissario l’altro; entrambi scapoli; entrambi al sud, uno in Sicilia, l’altro a Napoli; entrambi protagonisti di diversi libri): cosa sappiamo della vita e della famiglia di Fazio, di Catarella, o di altri? Poco, molto poco … Li vediamo spesso, quasi sempre, solo nel commissariato, come se ci vivessero! Mentre De Giovanni ci fa entrare in casa di Maione, in casa Ricciardi quando lui non c’è, e ci fa parlare con la sua tata, in casa di Enrica, la sua vicina, nelle case dei “sospettati”, e ci fa leggere i loro pensieri, i loro sentimenti, le loro emozioni, e tutto questo senza anticiparci chi sarà il colpevole!

Alcuni caratteri forse sono un po’ stereotipati, certe piccole situazioni prevedibili, e magari anche la storia potrebbe non sembrare originalissima, ma spesso non è la storia in sé a dare spessore ad un libro, bensì come viene raccontata. E De Giovanni, questa settimana di tempo (più o meno) tra omicidio, indagini e risoluzione del caso, l’ha raccontata proprio bene!

Per quanto riguarda il contenuto, la storia in sé, appunto: definirlo giallo o noir, secondo me è riduttivo … sarà la sensibilità tutta personale che l’autore riesce a trasferire nei suoi personaggi, sarà che a muovere ognuno di essi in ogni pagina è l’amore … in tutte le sue forme, l’amore genitoriale e quello filiale, l’amore non corrisposto e quello frainteso, quello “legale” e quello “illecito”, quello “ostentato” e quello “nascosto”, e poi tutta una serie di sentimenti che girano intorno all’amore: la cieca devozione di una moglie, l’ansia e la preoccupazione di una madre, la gelosia che fa travisare, l’ostinazione, l’orgoglio, l’umiliazione, le lacrime, le farfalle nello stomaco …

E per quanto riguarda l’ambientazione? Perfetta, assolutamente perfetta: da ogni frase sulla città e sui napoletani, si assorbe l’amore dell’autore per questa città e per la sua gente, e per quel che ho potuto vedere da turista in due giorni scarsi, sembra che ottant’anni di storia non abbiano intaccato la “napoletanità”, la “veracità” di questa città e della sua gente, e che semplicemente, nel ’31 ci fosse meno caos …

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Petra Delicado? una Kay Scarpetta in salsa spanish...

ci ho messo un tempo praticamente "infinito" a leggerlo, o forse è la mia vita che in questo periodo cambia a velocità vertiginosa, sta di fatto che - stress, problemi e pensieri a parte - per due terzi è stato soporifero più dei sonniferi veri e propri (che, ben inteso, io non prendo!), e non per noia, anzi: lo stile è scorrevole e si fa leggere volentieri, ma obiettivamente ogni volta che lo aprivo, non riuscivo a leggerne più di dieci pagine senza crollare profondamente addormentata!

La vita privata di Petra Delicado ha avuto maggiore risalto rispetto all'indagine, e mi pare pure ovvio, se l'intenzione dell'autrice era di coprire oltre quattrocento pagine, non avrebbe potuto farlo con la sola indagine che invece ne avrà occupate non più di centocinquanta!

lo so che Petra Delicado è un'ispettore di polizia, mentre Kay Scarpetta, protagonista di diversi libri di Patricia Cornwell, è un'anatomopatologa, ma il personaggio di Petra mi ricorda la più famosa protagonista di polizieschi italo-americana, e forse è anche la costruzione della narrazione a ricordarmi i libri della Cornwell - a proposito: se non ci fosse stato scritto che l'autore era una donna, l'avrei comunque capito immediatamente dalle prime pagine, mano femminile inconfondibile, e non è il massimo (se escludiamo Agatha Christie), per un giallo-poliziesco!

Petra è come Kay una donna forte, ma anche complicata e indipendente, che cerca di mediare sempre tra gli interessi del lavoro e quelli della sua vita privata, sopportandone tensioni e problemi e anzi, a volte portandosi a casa gli stress del lavoro, ed al lavoro gli stress della famiglia...

L'indagine infatti non era, come già accennavo, particolarmente evidenziata rispetto agli spezzoni di "normale vita quotidiana", tra cene in famiglia con il suo terzo marito ed i figliastri, problemi con il suo gruppo di lavoro, stress e ricerca di una via d'uscita che le permettesse di mediare tra gli ordini del commissario, i media, piccoli colpi di scena, e soluzione finale del caso che si articola nelle ultime - queste sì! - brillanti e sprintose cinquanta pagine circa.

(ma non sarà che mi sono apparse brillanti e sprintose perché ormai ero esausta, e non vedevo l'ora di finirlo? oppure perché non mi sono particolarmente impegnata a cercare di risolvere il caso da sola? - ma questo credo che non avrei potuto farlo, visto che alcuni elementi, quelli fondamentali, sono arrivati proprio alla fine, insieme alla soluzione, ed alle confessioni dei colpevoli)

piccolo appunto: il libro è pieno zeppo di aforismi! pensieri, piccoli giudizi (come quelli che vengono spesso pubblicati sulle pagine facebook, e che chiunque, almeno una volta, ha condiviso!) sulla vita, sull'amore, sui sentimenti... con tanto di ultimissimo aforisma nelle ultime righe, stile "morale della favola"... ne ho contati 26 in tutto, ma forse, se non avessi avuto tutto quel sonno mentre lo leggevo, avrebbero potuto essere di più...

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Lo dico subito: è il più bello! Il che per de Giovanni potrebbe rappresentare non solo motivo di orgoglio ma anche grande responsabilità! Saprà superarsi, o almeno eguagliarsi?

Ammetto che avevo il libro tra le mani già da più di un mese e non osavo aprirlo. Avevo il timore che dopo aver letto le storie precedenti del commissario Ricciardi (siamo già a sette!), questa potesse annoiarmi o deludermi.

Poi l'ho aperto. Tutto il libro è "volato" in appena una settimana. Le ultime trecento pagine in un'afosa ed insonne notte di fine estate, con l'incessante frinire delle cicale a farmi da sottofondo e compagnia.

Il giallo è stato ben costruito e sono arrivata a sospettare del colpevole proprio insieme al commissario Ricciardi. Come un personaggio in ombra l'ho seguito nell'afa dell'estate napoletana in giro per la città (e all'epoca non c'era nemmeno la metropolitana ad alleviare la fatica e la calura!) in cerca del più piccolo spiraglio di verità. L'ho accompagnato come solo de Giovanni permette ai suoi lettori, tra le strade deserte coi basalti disconnessi. Ho vissuto le sue pene e i suoi pensieri. Ho ragionato e dubitato e ascoltato insieme a lui le voci dei vivi e quelle dei morti.

Avrei voluto prendere a schiaffi Maione, che se lo meritava proprio, ed ho immaginato Bambinella come una specie di Conchita Wurst ed ho sorriso scoprendo con quanta tenerezza e con quanta ironia, scopre e nasconde l'affetto protettivo che prova nei suoi confronti; ho provato il dolore e l'amore, l'affetto, la sorpresa, il rimpianto, il rimorso, la gelosia, la preoccupazione, la determinazione, il disappunto, l'amarezza, che tutti i personaggi mi hanno raccontato pagina dopo pagina. Ho ritrovato vecchie conoscenze ed ho conosciuto universi nuovi di storie, vite e sentimenti. Li ho vissuti tutti sulla mia pelle, negli occhi stanchi e velati di lacrime e in fondo al mio cuore.

Due parole sull'edizione: il prezzo dei libri cartacei purtroppo sta rendendo il piacere della lettura un vero e proprio lusso che molti non possono più permettersi come vorrebbero. 
Il prezzo di 19,50€ a parer mio potrebbe essere giustificato da copertina rigida con sovraccoperta e fascetta, da carta più "pesante" e soprattutto da una cura maggiore nella stampa: qui invece per quasi venti euro ci troviamo di fronte ad un libro con copertina in cartoncino leggero con falde interne, carta di medio spessore, e ahimè - soprattutto - superficialità nella cura del contenuto che è stampato come ci si potrebbe aspettare da una casa editrice di "quartiere" (e anzi, ho trovato edizioni minori ben più precise) anziché di "prestigio" quale Einaudi dovrebbe essere. 
Gli accenti, santiddio! Ce ne fosse uno azzeccato! Gravi al posto degli acuti e viceversa... Ora, sappiamo bene che l'uso di un accento grave o acuto nella lingua italiana non riveste la stessa importanza che per altre lingue latine come il francese, ma se nemmeno i nostri editori dedicano più cura ed attenzione a questi importanti particolari della nostra lingua, dando per scontato che il lettore legge indifferentemente "più" oppure "piú" (tanto per fare un esempio) tra pochi anni ci troveremo di fronte a libri scritti come gli sms, con tanto di x e k e frasi che sembrano codici fiscali!

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e finalmente Montalbano si innamora!
… e finalmente l'oggetto dell'amore di Montalbano non è Livia! Anzi, nelle storie del commissario che ho letto fino ad ora non si parla mai di Livia nei termini in cui si considera questa nuova donna che all'improvviso entra nell'indagine che Salvo sta seguendo e nella sua vita.
Sembrerebbe a questo punto naturale che il suo rapporto con Livia ne risulti in qualche modo destabilizzato, solo che i dubbi che questo nuovo travolgente amore gli insinua nella mente come tarli, non vanno ad intaccare il suo legame con Livia, per lo meno nelle apparenze: lei distante migliaia di chilometri da lui, lo sente appena un paio di volte al telefono, ed esclusivamente per discutere.
Mi è piaciuto il modo in cui Camilleri ha affrontato la cosiddetta “crisi di mezza età”, quella crisi che lo fa passare in pochi istanti dall'angoscia all'euforia, dal timore al più impavido coraggio, dalla razionalità all'irrazionalità e nuovamente alla razionalità.
allo stesso modo – piccola parentesi – apprezzo di Camilleri il suo modo di introdurre, nelle storie di Montalbano in poche frasi, il più delle volte in bocca o nella mente del commissario, i suoi pensieri ed il suo modo di vedere situazioni ed avvenimenti d'attualità, spunti di riflessione più sociale che politica, che in maniera veloce e leggera riportano alla realtà e calano le indagini del commissario in una realtà che non è solo la Sicilia con le lotte e gli interessi di mafia e “l'onore” (quando non è l'omertà o la paura di ritorsioni?) che regola la vita delle persone più delle stesse leggi, ma l'Italia del gossip che sembra più importante della politica, e la “classe dirigente” sempre più lontana dalla vita comune di chi onestamente si guadagna (sempre meno, ahimé) il pane.
Ma per tornare al discorso principale: i dubbi di Montalbano però non hanno un'età, nonostante quello che Camilleri vorrebbe farci credere.
Certo, l'incertezza del commissario, nel vivere il colpo di fulmine che lo lega a Laura, è ancora più forte data la differenza d'età, ma questi dubbi sulla natura stessa dei suoi sentimenti (se si tratti cioè di sentimenti veri e puri verso di lei, o semplicemente di autocompiacimento, di sciocca vanità, per essere riuscito a 58 anni a far innamorare una ragazza) sono dubbi di una qualsiasi persona innamorata, di qualsiasi età! Sono i dubbi degli adolescenti – per i quali però forse è più facile lasciarsi andare; sono i dubbi dei trentenni e dei quarantenni, che rispetto agli adolescenti hanno qualche anno e qualche esperienza in più, sono i dubbi delle persone più mature... perché l'amore non ha età!
E la mancanza di dialogo con lei, Laura, oggetto dei suoi desideri, dei suoi pensieri, accentua le sue incertezze, gliela fa vedere capace di gettarsi tra le braccia di Mimì alla prima occasione, e lo confonde e lo rende insicuro di se stesso e di lei, a tal punto da renderlo vulnerabile ai suoi stessi sbalzi d'umore, da renderlo meno lucido nell'affrontare non solo le indagini, ma anche quelle piccole grane che gli capitano ogni volta (delle quali lui stesso è causa e ragione, ma che questa volta non riesce a gestire in maniera chiara come vorrebbe) come le bugie che racconta a Lattes ed al questore, bugie che mai come ora gli si ritorcono contro; e le incomprensioni con Livia, lontanissima da lui e dal suo cuore, come non mai!
Eppure i dubbi che lo attanagliano, e che riguardano i suoi sentimenti e la natura dei sentimenti di Laura, non gli fanno mettere in dubbio neanche per un istante la presenza (o forse sarebbe meglio dire “l'assenza”?) di Livia nella sua vita. Com'è possibile tutto ciò? 
Semplice! Livia fa parte di lui in maniera molto marginale: anzi, non fa parte della sua vita affatto! Si telefonano, spesso solo per discutere – ed il più delle volte neanche per cose serie – si vedono raramente, molto raramente...
Perciò la vita di Salvo è e resta comunque una vita da single, che seppur formalmente legato ad una donna fisicamente (ed emotivamente, aggiungerei) lontana, non gli impedisce di vivere emozioni, eccitazioni, momenti di desiderio e di passione (che nei pochi libri che ho letto fino ad ora non sono mai stati consumati), ed innamoramenti. 
E tutto questo è indipendente dall'età. Anzi, la sua età matura lo rende solo più consapevole (sebbene lui stesso non se ne renda conto, e se ne senta invece maggiormente confuso) dell'importanza di quello che sta vivendo.

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Parliamo di un giallo che in realtà giallo non è, dal momento che tutta la trama si snoda in base ai ricordi dell'imputato. 
Niente di eccezionale se prendiamo la trama in sé, tout-court, qualcosa che ai più potrebbe sembrare già letto o già visto: abbiamo l'imputato, i suoi interrogatori, i suoi colloqui col magistrato, con lo psichiatra, la ricostruzione dei fatti sull'onda emotiva dei suoi ricordi... 
Ma Simenon è stato magistrale nel condurre il gioco, ha incastrato le dichiarazioni, i fatti, gli episodi con abilità, creando la giusta suspense, mantenendo vivo l'interesse del lettore fino all'ultima pagina, fino al verdetto (nient'affatto scontato!) 
Ha permesso che mi affezionassi alle vittime, e che per parte della storia mi lasciassi trasportare dall'emozione verso un'accorata difesa dell'imputato, considerandolo vittima del sistema giudiziario, e anche di una serie sfortunata di coincidenze... Ma prendendo il dovuto distacco, ci si rende facilmente conto che Simenon ha lasciato la narrazione del presunto alibi dell'imputato, per le circostanze dell'omicidio alla sola dichiarazione dell'accusato stesso, senza intervenire in modo particolare in terza persona a chiarire come si sia svolta la faccenda...

... E dunque... Siamo proprio sicuri che sia innocente? E se invece la ricostruzione dell'accusa fosse corretta?

Poche parole per lo stile: elegante e discreto, mai volgare anche nelle scene in cui sarebbe facile cadervi. Se dovessi descriverlo con una sola parola direi "introspettivo": l'analisi di ogni pensiero del protagonista è accurata e precisa, le risposte agli interrogativi così come le divagazioni che la sua mente si concede, e la lucidità con cui rivive ogni ricordo dei mesi precedenti, sono realistiche e ben strutturate all'interno della narrazione, sebbene - soprattutto nella prima parte - a volte possa capitare di "distrarsi" e non accorgersi che il protagonista ha smesso di dialogare col suo interlocutore e stia ricordando episodi, od analizzando proprie considerazioni. Proseguendo con la lettura ci si abitua tranquillamente a queste divagazioni...

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