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un intreccio un po' troppo intrecciato (che ho faticato a ricostruire anche la prima volta che ho visto il film), un Poirot stanco, un'Ariadne Oliver troppo presa da sé stessa, un'indagine che non ha né capo né coda, tanto che lo stesso investigatore riuscirà a risolverla dopo più di un mese dalla fine della famosa sagra con delitto.

niente di eccezionale, ma una buona lettura per una serata al caldo, sul divano, con la TV spenta.

una chicca: l'esterno della casa in cui è ambientata la sagra, nel film, è la casa dell'autrice, Agatha Christie (non so se anche gli interni lo siano).

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stile giovane, fresco, frizzante, trama simpatica e con un delitto da risolvere, che in un buon libro non guasta mai, come l'oliva nel martini.

il libro mi è stato vivamente consigliato, e il consiglio è stato ben accetto: mi è piaciuto. mi piace lo stile dell'autrice, come già detto, mi piace la sua attenzione alla grammatica, e al non rendere troppo banale, troppo "parlato" il linguaggio, anche nei dialoghi! mi è piaciuta la storia che ho letto, e i personaggi (seppur non delineati con precisione nei caratteri, d'altronde il libro è piccino, non c'era spazio per tutto!)

e mi è piaciuta l'edizione. bella la copertina, bella la carta, il carattere, la precisione della stampa (senza errori, che invece a volte si trovano in edizioni più famose e costose).

L'esordio di una scrittrice della quale vorrei leggere altro ancora...

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Devo ringraziare i partecipanti al gruppo di aNobii dedicato a Poirot, al quale mi sono aggiunta senza invito, se ho potuto leggere questo libro maggiormente cosciente del rapporto molto particolare tra Agatha Christie ed il suo personaggio più famoso, Hercule Poirot, appunto! Contemporaneamente ho potuto conoscere l’alter ego su carta della Christie, la scrittrice Ariadne Oliver, anche se in questo libro di lei e del suo carattere non trapela moltissimo, se non la timidezza e la tendenza all’asocialità.

D’altronde la tentazione di entrare a piè pari nelle proprie storie, se non da protagonista, almeno come co-protagonista, o al limite come comparsa, è talmente grande, che così come Agatha Christie ha inventato una scrittrice che le somigli, e che affianchi Poirot nelle sue indagini, anche altri scrittori non hanno resistito e si sono ritagliati una particina minuscola, un cammeo, nelle sceneggiature dei film tratti dai loro libri: Stephen King, per esempio, e persino Patricia Cornwell!

Proprio in quest’opera, è per voce della sua alter ego che la Christie ammette di non avere in simpatia il proprio stravagante protagonista: la Oliver infatti dice “Come posso sapere per quale motivo mi è venuto in mente di inventare un uomo così disgustoso? Dovevo essere impazzita! Perché un finlandese quando io, della Finlandia non so niente? E perché vegetariano? E perché tutte quelle fisime stupidissime che lo caratterizzano? Purtroppo sono cose che succedono. Si fa un tentativo … e prima di accorgersi a che punto ci si trova, si scopre di essere legati per tutta la vita ad una creatura esasperante come Sven Hjerson. Figuratevi che c’è perfino qualcuno che mi scrive e mi dice che devo essergli molto affezionata. Affezionata? Se nella vita incontrassi quell’ossuto e dinoccolato finlandese, divoratore di ortaggi, credo che commetterei l’omicidio migliore che io abbia mai inventato.”

Eppure a Poirot, Agatha Christie deve la maggior parte della sua fama … alla sua eccentricità, al suo intuito, alle sue celluline grigie, alla sua maniacale precisione … ma in fondo: tutti gli investigatori più famosi, non sono un po’ eccentrici? Lo stesso Sherlock Holmes lo era, no?

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Poter partecipare alla presentazione di un libro aiuta molto nella comprensione del testo, soprattutto se la lettura è terminata da poco.

Così, la settimana scorsa è capitato a me, subito dopo aver terminato la lettura del nuovo libro di Maurizio De Giovanni, “I bastardi di Pizzofalcone”.

Nella bella cornice rappresentata dalla Limonaia di Maratea per l’ultimo appuntamento della serie di incontri con personaggi di spicco nel mondo della cultura italiana “Alta Marea 2013”, come tra amici raccolti in un giardino, una sera d’estate, a raccontarsi, ad ascoltare, a condividere, ecco che Maurizio è arrivato puntuale e sorridente. Abbigliamento casual, sorriso aperto e contagioso, occhio attento e vivace. Ha parlato di sé, del suo amore per la lettura, per Napoli, per “il” Napoli… e nel raccontare la sua città, gli occhi gli brillavano di emozione (beh, forse quando parlava della sua squadra del cuore gli luccicavano un po’ di più).

Si è raccontato, ha parlato di altri autori, di quelli che stima spassionatamente, da quelli che ha letto ed amato (Ed McBain in primis) sin da bambino, a quelli che ora sono suoi cari amici (Diego De Silva e Donato Carrisi per esempio), ma anche di quelli che non stima particolarmente (ma questi – con eleganza – non sono stati nominati!), ha parlato della definizione di “genere letterario” che è tipica di un modo di vedere la letteratura restrittivo e riduttivo (sebbene sia comunque comodo, soprattutto nelle librerie, quando si cerca un autore o un argomento in particolare), e con la semplicità e l’umiltà del “vicino di casa”, ha raccontato di come del tutto casualmente, da lettore accanito si è trasformato in un famosissimo scrittore.

Ma è questa sua semplicità nel presentarsi ai suoi fans che lo fa sentire come un “vecchio amico”, che fa desiderare di conoscerlo ben oltre le sue pagine, proprio “personalmente”!

 “I bastardi di Pizzofalcone” , come sapete, racconta dell’ispettore Lojacono, trasferito suo malgrado dalla Sicilia a Napoli, ai giorni nostri. Ma non aspettatevi un “dov’eravamo rimasti” (alla fine de “Il metodo del coccodrillo”): come Maurizio ha spiegato durante la presentazione – e come è dato modo di intuire durante la lettura – la storia e la vita di Lojacono sono solo parte di un intreccio più grande nel quale si incastrano la storia e la vita di altri personaggi. Proprio come avviene nella vita reale: chi di noi vive in una soap, dove conosce SOLO una decina di persone di cui conosce le vicende ed il carattere? e i casi giudiziari “veri” non sono come i gialli di Agatha Christie (del tipo “a camera chiusa” con pochi personaggi, chiusi all’esterno appunto), per quanto da lei magistralmente narrati.

In questo libro, con assoluta libertà narrativa, rispetto alle aspettative dei lettori (e della casa editrice, forse?) Maurizio ci introduce nuovi personaggi, ognuno con il proprio background, con il proprio carattere, con le proprie debolezze, personaggi che sicuramente impareremo a conoscere nei prossimi libri, e nelle prossime storie, ne conosceremo di nuovi, principali, secondari, semplici comparse, ognuno con le proprie storie, le proprie paure, debolezze, insicurezze.


Dello stile, che dire: una certezza. Sempre più sicuro, con un uso della lingua impeccabile e preciso, forse con meno tratti poetici rispetto ai libri precedenti, ma con una fluidità sempre coinvolgente, per trascorrere qualche giorno con i protagonisti di questa storia come se ci si trovasse tra vecchi amici e nuove conoscenze.

Il caso giudiziario? Ben costruito e chiaro, io ho scoperto l’assassino a sole 40-50 pagine dalla fine.

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Ricordo tempo fa che sulla pagina Facebook ufficiale dedicata ai fans di De Giovanni, si chiedeva, una sorta di sondaggio, quale tra i libri delle stagioni del commissario Ricciardi fosse stato il preferito dai lettori e fans. La maggior parte aveva risposto votando "il giorno dei morti" con la sua straziante storia di un bambino tolto alla vita con atroce freddezza proprio dalla persona di cui si fidava di più. (spero che mi venga perdonato lo spoiler!) 
Io non votai quel libro, proprio perché da madre mi ero sentita troppo coinvolta nei sentimenti, nel mio "punto debole". Scelsi invece il primo che avevo letto. Forse era questo ciò di cui dovevo tener conto quando votai: qual era il libro sul commissario Ricciardi che mi aveva più coinvolta, fino a farmi sentire i crampi allo stomaco? Quale, mi aveva commossa fino alle lacrime? Proprio "il giorno dei morti".

Se il sondaggio fosse "mirato" solo De Giovanni può dirlo. Intanto io, che non vedevo l'ora di leggere questa storia pur sapendo che era ambientata in un contesto completamente diverso, ho comunque preferito evitare di leggere le altre recensioni e gli altri commenti, e quindi sapevo solo che il protagonista era un altro, e che era anche ambientato in tempi recenti.

2012 e non il 1931. L'ispettore Lojacono e non il commissario Ricciardi. Personaggi e figure di "contorno" forse meno delineati. Un omicida seriale, non un delitto unico sul quale indagare.

Il coccodrillo. Che uccide i figli unici di genitori soli (una ragazza madre, una divorziata, un padre vedovo): tre omicidi apparentemente senza legame ed un assassino a sangue freddo che se ne va indisturbato ed invisibile per le strade di una frenetica metropoli dove la vita è racchiusa ai soli ambienti familiari in cui si vive: il condominio, la scuola o il posto di lavoro...

Strazianti le descrizioni. Ti si contorce lo stomaco a leggere non della morte, ma del dolore che ad essa sopravvive, in un genitore che non ha altro scopo nella vita che il sorriso, la voce, lo sguardo del proprio unico figlio, in chi - ed è ancor più crudele, in questo, il metodo del coccodrillo - non ha altro amore intorno, conforto, condivisione, comprensione intima e totale. 
Allora leggi e ti immedesimi. E cerchi di esorcizzare la paura che un giorno possa capitare anche a te, madre separata, non più giovanissima, di un figlio unico che è arrivato come un miracolo dopo anni di speranze e delusioni. Lo divori, e pensi come diamine avrà fatto de Giovanni a tratteggiare così bene sentimenti così forti, crudi, reali, intensi. 
È stato bravo. Bravissimo.

Ma questo è sicuramente uno di quei libri che non rileggerò mai più. Uno di quelli che scavano nel buio della propria anima, aprendo il vaso di Pandora che racchiude le più ancestrali paure ed angosce.

Sono curiosa però di sapere se anche Lojacono come Ricciardi, avrà altre storie ed altre indagini!

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