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ho conosciuto patricia cornwell con questo libro. mi sono così appassionata alle storie di kay scarpetta, della nipote lucy, dell'amante benton e del protettivo tenente marino, affezionandomi a loro, e vivendo con loro emozioni, ansie e paure, ed amori...   ma devo ammettere che se i primi libri che ho letto li ho trovati avvincenti, a lungo andare storia dopo storia, la noia mi ha sopraffatta: ed ultimamente la mia impressione è stata quella di una patricia cornwell che vuole scrollarsi di dosso l'ingombrante presenza di kay scarpetta ed abbandonare il personaggio e le sue storie, ma che per ragioni editoriali e di pubblico non può farlo.   lo stile dell'autrice è cambiato: sembra quasi che sia stata costretta a continuare a raccontare (controvoglia) le storie di kay scarpetta, forzando in alcuni momenti situazioni, avvenimenti, caratteri dei personaggi che quasi non somigliano più a quelli che avevo conosciuto in questo libro ed in quelli letti subito dopo questo.  

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Mi piace il suo stile, il suo modo di scrivere... mi piace il suo Guido Guerrieri terribilmente umano, forse troppo umano per essere l'eroe protagonista di una serie di libri (chi mi aiuta con la definizione del tipo? Sono gialli? Noir? Legali? Polizieschi?)  In questo in particolare, l'avvocato si trova a combattere con una vita familiare disastrosa: la moglie lo lascia. All'improvviso. Di punto in bianco si ritrova a cambiare casa, vita, abitudini. Di punto in bianco si trova ad affrontare emozioni soffocate per anni e paure ancestrali. I suoi spettri prendono la forma tanto vaga e fumosa, quanto soffocante, degli attacchi d'ansia e di panico.  E poi la rinascita: l'ansia, il panico entrano a far parte della sua natura, li vive, li lascia sfogare, riesce a controllarli. E nel frattempo incontra un'altra donna, e scopre nuove emozioni, nuovi sentimenti, nuova vita dopo la fine del suo matrimonio.   Un eroe comune, una persona qualsiasi, dunque... avvocato in una causa che sembra persa in partenza, un Don Chisciotte contro i mulini a vento, un “avvocato delle cause perse” direbbe mio padre, quando assume la difesa di un ambulante senegalese accusato di essere un pedofilo ed assassino. Troppo facile additare quest'uomo “diverso”, per un crimine tanto efferato. Troppo facile costruire un castello di accuse infamanti partendo solo da quei pochi elementi che possono portare a quella conclusione, trascurando tutte le altre eventuali ipotesi e piste. Troppo comodo condannare un uomo NON perché colpevole senza ombra di dubbio, ma perché conviene pensare che lo sia.   “Il rischio è quello di cercare di liberarci da questa angoscia trovando non il colpevole, ma un colpevole. Uno qualunque. Uno che ha avuto la sfortuna di rimanere impigliato nel processo.” 

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Il secondo volume di questa Millennium Trilogy altro non è che un libro completamente nuovo, con una storia diversa, che ha protagonisti diversi rispetto al libro precedente (Uomini che odiano le donne).   La stessa Lisbeth Salander, coprotagonista del primo insieme al giornalista Mikael, protagonista unica di questo libro, è una persona completamente diversa: si è rifatta le tette, si è tolta uno dei tatuaggi ed un paio di piercing, si è comportata in maniera più “umana” in molte occasioni… eppure resta sempre quella specie di super-eroe in miniatura che Larsson aveva descritto nel primo libro: una donnina di 40 kg per 155 cm che riesce ad avere fisicamente la meglio su due energumeni in motocicletta, che riesce a sfuggire alle indagini che su quattro fronti, per i motivi più disparati, vengono condotte per scovarla (la cerca la polizia, Mikael – che in questo libro è un personaggio secondario – ma anche il suo ex datore di lavoro e pure i “cattivi”!), che entra ed esce dai computer di mezza Svezia come se niente fosse, che ha risorse economiche illimitate, e che passa il tempo risolvendo enigmi e teoremi matematici.  D’altronde non era stato sicuramente facile per Larsson creare un personaggio così particolare, incapace di esprimere alcun sentimento (e che anzi, ne sembrasse immune), eccezion fatta per l’odio, ed ancor più difficile era proseguire nella storia continuando a considerarla così “inumana”, perciò ecco che alla forza da wonder woman ed alle capacità da Einstein che Lisbeth ha di default, si aggiungono anche i sentimenti…   Se il primo libro ci aveva lasciati con tanti interrogativi sul vissuto della protagonista, quelle domande trovano risposte in queste 657 pagine (questo è il numero, nell’edizione acquistata in edicola che ho io). Di queste 657 pagine, le prime 450-500 circa avrei potuto saltarle: la narrazione si trascina lentamente snocciolando noiosi dati sulle indagini – qui emerge lo spirito giornalistico che è in Larsson, la sua tendenza a documentare minuziosamente ogni momento, ogni attività – fino al punto in cui gli eventi si susseguono così velocemente, da rischiare di perderne il filo. D’altronde Larsson, contrariamente al primo libro, in cui aveva strutturato la storia come una “camera chiusa”, ha inserito, in questo secondo volume della trilogia, così tanti personaggi, tra buoni e cattivi, tra protagonisti secondari e comparse, che ci si potrebbe confondere, o si potrebbe dimenticare chi è chi…   Nonostante l’azione, il thriller e la suspense si concentrino in maniera particolare nelle ultime 150-200 pagine, lo scioglimento della trama – e delle indagini – si svolge in maniera così forzata e surreale da apparire più fantascientifica che realistica, e nella parte di Lisbeth Salander si potrebbe tranquillamente immaginare un Arnold Schwarzenegger in gonnella…   Ulteriore nota (che però riguarda anche il volume precedente, Uomini che odiano le donne) è la “pubblicità occulta": nel precedente libro infatti in un punto, si descriveva l’acquisto del nuovo pc della protagonista, con caratteristiche tecniche da “volantino”, in un'altra parte della narrazione, Mikael svuota il suo borsone ed il contenuto viene ampiamente descritto in base alle marche e ai logo degli articoli che tira fuori… (ma non sono gli unici esempi).  In questo libro altrettanto, giusto per fare un esempio: la descrizione del nuovo arredamento Ikea di Lisbeth Salander è minuziosa come solo il catalogo potrebbe farla, e viene ribadito in diverse occasioni (ogni qualvolta si entra in casa di Lisbeth, in pratica) che ha comprato tutto all’Ikea! Ho trovato questo stillicidio di loghi, marchi, nomi, tipi, etichette, così pesante che mi aspettavo da qualche parte di trovarci la nota a piè di pagina “messaggio promozionale”… ma non c’era…   Se il mio ritmo di lettura è stato più lento rispetto a Uomini che odiano le donne non è stato solo per la lentezza degli avvenimenti descritti nelle prime 450-500 pagine, ma anche perché finalmente ho iniziato la fisioterapia che adesso, da un paio di settimane (per coincidenza proprio da quando ho iniziato La ragazza che giocava con il fuoco), assorbe la maggior parte del tempo che prima dedicavo alla lettura!   Buon per il mio ginocchio e per il mio ritorno ad una vita “normale”… adesso staremo a vedere quanto ci metterò a leggere il terzo volume della trilogia!  

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L’ho comprato (in edicola, edizione – non particolarmente – economica) perché ce l’hanno tutti, perché è stato un successo editoriale di critica e lettori, perché credo che – al pari di “Il codice da Vinci” di Dan Brown, sia ormai in tutte le case (ma “Il codice da Vinci” nella mia libreria non c’è e credo non ci sarà mai!), e questa trilogia davvero mi incuriosiva…  … dalla sua devo ammettere che ha una scorrevolezza che mi ha conquistata subito: avevo preso il volume pensando che non sarei arrivata neanche a metà delle circa 600 pagine del libro, e invece in pochi giorni (complici anche in questo caso la noia, l’immobilità, i pochi svaghi che una gamba rotta può dare) si è fatto leggere volentieri… sembrava costruito come la sceneggiatura di un film giallo e d’azione, in cui le vite dei due protagonisti principali scorrono e vengono narrate parallelamente finché si incroceranno per proseguire insieme a risolvere il caso, e poi chissà… (ovviamente immagino che il “poi chissà” sarà narrato nei successivi due libri della trilogia)  Purtroppo non è stato all’altezza delle mie aspettative: a partire dal fatto che avevo capito tutto subito, sin da quando il vecchio Vanger aveva iniziato a raccontare la sua storia al giornalista Mikael, mi mancavano alcuni dettagli, altri sono arrivati solo nelle ultime cento pagine, ma il mistero non era più misterioso, già dall’inizio… ne deduco che forse sto leggendo troppi gialli, ultimamente…  Inoltre la trama l’ho trovata un po’ “forzata” in alcuni punti: insomma, perché il vecchio Vanger deve ingaggiare un’investigatore privato (Lisbeth), per avere informazioni su Mikael, per poi affidare a lui – ad un giornalista! – il compito di ritrovare in qualche modo notizie sulla sorte di sua nipote, scomparsa misteriosamente più di quaranta anni fa, quando invece poteva affidare questo compito direttamente all’investigatore privato, come sarebbe stato più logico e naturale? La spiegazione non regge…  Tra l’altro non ha molta originalità: una ragazzina scompare negli anni ’60 senza lasciare traccia; per circa quarant’anni il vecchio zio non si dà pace e prima di morire vorrebbe che il mistero sulla sua scomparsa o morte venga risolto; il tutto si svolge in un isola, in pieno stile “camera chiusa” di Agatha Christie – stile citato più volte dal giornalista Mikael, protagonista di questa indagine, che però fa riferimento ad altri giallisti svedesi, e non ad Agatha Christie – all’interno di un eterogeneo gruppo familiare.  I protagonisti principali mi sembrano troppo stereotipati:  Mikael, giornalista caduto in disgrazia per aver pubblicato un articolo sbagliato, che gli ha procurato una condanna per diffamazione nei confronti di uno dei più potenti ed inattaccabili industriali svedesi, ma lui è un puro, uno che pubblica articoli scomodi, uno che crede fermamente nella moralità e nell’etica della sua “missione” di giornalista, leale, fedele, uno che mantiene sempre la parola data anche a costo di rimetterci;  Lisbeth, investigatrice privata – tuttofare dalla personalità difficile, un po’ border-line, un po’ ai limiti dell’autismo, dal passato burrascoso, incapace di “normali” rapporti privati e sociali, incapace di adeguarsi alle regole (orari di lavoro compresi), di fidarsi delle istituzioni, della società, delle altre persone e perciò portata a risolvere i suoi problemi da sola, eppure forte più di un uomo (com’è possibile che una donnina di 25 anni x 40 kg x 1.55 cm circa, riesca ad avere fisicamente la meglio su un uomo che è più o meno il doppio di lei per età e peso? E ci riesce più di una volta, nel libro!), con una genialità incompresa che la rende un’abile hacker, con un senso della moralità e della giustizia tutti suoi, sempre ai limiti tra il legale e l’illegale;  E poi ci sono i personaggi secondari, dai profili appena accennati: Erika, amica, amante e collega di Mikael, dalla mentalità molto aperta; il vecchio Henrik Vanger, industriale ultraottantenne, ossessionato dalla scomparsa della nipote, abituato a comprare tutto e tutti, e ad ottenere sempre quello che vuole; il suo fedele avvocato Dirch; Dragan, paterno “capo” di Lisbeth, che ne asseconda gli umori e non ne ostacola il lavoro per affetto, e perché tanto lo sa che i risultati saranno sempre i migliori che lui potesse aspettarsi; il vasto, eterogeneo, bizzarro clan della famiglia Vanger, con i loro malcelati asti reciproci; il vecchio tutore di Lisbeth, paterno ed affettuoso morto prematuramente; il nuovo tutore di Lisbeth, sadico e senza scrupoli; e tanti altri personaggi di passaggio.  Ci sono dei sentimenti che abbondano in questo libro: l’odio, in particolare – ai limiti della pazzia – di alcuni dei protagonisti del libro nei confronti delle donne (da qui il titolo), ed altri che sono completamente assenti: l’amore (tranne qualche vago accenno all’affetto filiale), la gelosia (possibile che Mikael vada a letto con tre donne diverse nell’arco di 600 pagine e nessuna di queste dimostri un minimo di gelosia?), il rimorso… e queste assenze diminuiscono la “credibilità e verosimiglianza” della trama…  Se leggerò il secondo ed il terzo volume di questa Millennium trilogy? (che a proposito: non è affatto la “trilogia del Millennio” anche se forse l’autore ci sperava; è la “trilogia di Millennium”, dove Millennium è il mensile per cui lavora Mikael)  sì, credo che li leggerò comunque: per sapere come vanno a finire le vite di Mikael e di Lisbeth, perché tanto con la gamba rotta non ho molte alternative alla lettura, e perché nonostante il mio giudizio non entusiastico, tutto sommato – ripeto – la lettura è stata scorrevole e piacevole… 

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Camilleri-Montalbano si conferma come al solito una lettura veloce, leggera, scorrevole, avvincente... al punto che oggi, quando mi sono portata questo libro al mare (così come mi è accaduto l'estate scorsa quando ero in vacanza in Sardegna, e ogni giorno, sotto l'ombrellone leggevo un nuovo libro di Camilleri-Montalbano proprio come mio marito si portava un giornale od una rivista nuova), mi sembrava di leggere troppo lentamente rispetto al susseguirsi degli avvenimenti e delle situazioni...  L'ambiente è il solito, familiare, così come i personaggi, che naturalmente nella fantasia hanno già le sembianze e fattezze degli attori della serie TV... sarà per questo che Camilleri non li descrive? unica nota di differenza: Montalbano - ma si sapeva già - nel libro ha i baffi, e fuma, nella serie TV, interpretato dall'affascinante Luca Zingaretti, no!  ... ma forse, quei pochi libri e racconti di Camilleri-Montalbano che ho letto, e la serie TV mi hanno ormai assuefatta alle trame, ed alle vicende di Vigata, forse non ci si può aspettare che ogni prossimo libro sia brillante più dei precedenti, e bisogna aspettarsi ogni tanto una storia che sia più "giù di tono", meno vivace... tanto che appena l'assassino è entrato in scena, ho capito che era lui... ancor prima che commettesse l'omicidio! e a tal proposito direi "meno male che l'omicidio c'è stato! se Montalbano fosse riuscito a salvare la vittima, allora sarebbe stato meno 'credibile' di quel che proponeva!"   sta di fatto che ahimé, nonostante Camilleri sia "un nome, una garanzia", questa volta non sono riuscita a sentire "La caccia al tesoro" all'altezza delle altre avventure di Montalbano... sarà stato anche per il "soggetto", forse? ormai la caccia al tesoro, la sfida aperta personale tra il cattivo ed il buono con vite umane in gioco, per scoprire chi è più intelligente, furbo, sagace, è un filone fin troppo usato e sfruttato!   a proposito: continuo ancora a chiedermi "Ma Livia... perché Camilleri si ostina a volerla inserire nella trama?!?" mah...  

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