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Che si tratti del migliore de Giovanni, è fuor di dubbio.

Lo stile è impeccabile e i personaggi, sia i vecchi, sia i nuovi, sempre ben delineati, a volte con poche pennellate, in altri casi con descrizioni più dettagliate, che sembrano "di pancia" più che di penna, più emotivi nei gesti, più emozionali nel racconto delle loro vicende. Livia, per esempio, violenta ed istintiva come una fiera ferita, e Bianca, orgogliosa, controcorrente, caparbia e generosa, forse poco credibile nelle ultime pagine se non in veste quasi "materna". La nuova tata del commissario, che cerca di mantenere sangue freddo e razionalità, ma che si lascia trasportare dall'emotività del ricordo, della recente perdita, dal bisogno di avere ancora una guida. I soliti Maione e Bambinella invece sembrano messi in angolo, a mantenere il loro ruolo fermo e stabile come l'avevamo lasciato nel capitolo precedente.

Ma il personaggio che in questo romanzo - come nel precedente - avrei abbracciato con più trasporto è il padre di Enrica... una guida discreta e silenziosa, un complice paterno e lungimirante. Un uomo che non dimentica le proprie esperienze, ma ne fa tesoro (e vi assicuro che non è da tutti, anzi!), un uomo discreto e lungimirante, protettivo ed affettuoso a suo modo, un padre presente, che ha il dono di leggere nei cuori e che sa toccare le corde giuste.

E de Giovanni tocca le corde della paternità e della maternità con una sensibilità fuori dal comune. riesce ad intrappolare il lettore tra le sue pagine come pochi altri scrittori sanno fare ed è uno di quelli che vorresti conoscere personalmente, perché se dalla sua testa esce cotanta vita e cotante storie, allora forse vorresti farne parte anche tu, anche solo per qualche istante, come accade quando il libro si apre, e come per magia ti porta a quasi un secolo fa, in una città ben diversa, ma sempre uguale a quella che Napoli è oggi... 

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Mi era stato “vivamente” consigliato. E mi è piaciuto. Interessante lo studio della psicologia dei personaggi. Forse per descrivere i pensieri e le emozioni che si muovevano in ognuno di loro, al posto della Christie, avrei scritto un volumone barboso da 700 pagine, mentre lei con mano leggera ha delineato con precisione i tratti caratteristici di tutti i personaggi. Il giallo di per sé dunque perde un po’ di mordente, e viene rivelato giusto per “dovere di cronaca” dell’autrice: la lettura infatti è stata così interessante che arrivare alla soluzione, a scoprire chi e perché avesse ucciso la domatrice, non m’importava più …  O forse, più semplicemente, anch’io come tutti i personaggi coinvolti, in qualche modo avevo pensato che quella donna “meritasse” la morte, e quindi avevo già in parte assolto la mano assassina…

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dopo gli ultimi libri che ho letto, scritti da Camilleri e narranti le vicende di Montalbano, dai quali ero rimasta un po' delusa, ecco che ritorno ad un Montalbano più vivace ed interessante. Per un paio di ore di intensa lettura, tiene l'attenzione desta sulle indagini e sui protagonisti, e non svela nulla fino al finale. Grazie, Camilleri, per la bella compagnia!

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... questa volta sarò breve per non rischiare di essere ripetitiva, sarò breve perché su Camilleri - Montalbano ho detto già molto, e non c'è altro da aggiungere...   non so se è stata una mia défaillance quella di non trovare subito il bandolo della matassa, ma l'ho trovato più convincente degli ultimi libri su Montalbano che ho letto (p. es. "La caccia al tesoro" che è quello che maggiormente mi ha delusa)... sarà stato l'intreccio della trama che ha reso verosimili situazioni che altrimenti avrei trovato inverosimili... eppure Camilleri stavolta è riuscito ad incastrare bene tutti i pezzi nel migliore dei modi: un puzzle riuscitissimo, più che un gioco di specchi!  

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Mantenendo come filo conduttore le vicende degli stessi personaggi negli stessi luoghi, il terzo romanzo della Millennium Trilogy di Stieg Larsson non si propone come un giallo, né come un poliziesco, bensì come una spy story.  Mi è sembrata una forzatura la troncatura netta che ha subìto la vicenda di Lisbeth Salander in fin di vita, alla fine del secondo libro – per il cui sviluppo i primi lettori hanno dovuto attendere mesi, perché uscisse questo volume, prima di sapere cosa sarebbe successo. Insomma: se spendo 15 o 20 euro per un libro, mi aspetto che abbia un inizio, una trama, ed anche una fine! Manovra pubblicitaria forse? Scelta commerciale per convincere i lettori ad acquistare anche il terzo volume? Mah…  Larsson in quest’ultimo libro ha diminuito il ricorso alla pubblicità occulta che si manifestava in maniera piuttosto importante nei precedenti, ma ha mantenuto – anzi, forse accentuato – lo stile giornalistico e cronachistico della narrazione, abbondando in particolari e descrizioni a volte inutili, inserendo decine di personaggi di contorno, tanto che alla fine viene da chiedersi “ma il protagonista principale, qui, chi è?”  Lisbeth torna al suo carattere chiuso ai limiti dell’autismo, così come l’abbiamo conosciuta nel primo romanzo; Mikael sviluppa un istinto da Mac Gyver nel giro di poche settimane, riuscendo a portare avanti indagini migliori, più accurate di quelle dei servizi segreti, e sgominando una cellula deviata, negli stessi servizi segreti, che aveva fatto il bello ed il cattivo tempo per trent’anni di storia in Svezia. E tra i “buoni” e i “cattivi” di questa storia entrano un tal numero di personaggi che a volte si rischia di perdersi e confondersi tra gli uni e gli altri. Tra indagini giudiziarie, giornalistiche, private, spionaggio, controspionaggio, cellule deviate, digressioni nella trama, il numero di personaggi coinvolti, e dei quali in diversi casi vengono citati i curricula, oppure vengono narrate le loro vicende personali, è così alto che viene da chiedersi “ma era proprio necessario scrivere così tanto?”  Spero che mi verrà perdonato lo spoiler, ma non posso fare a meno di notare che i buoni vincono, i cattivi muoiono e alla fine “vissero tutti felici e contenti”…

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