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Questo è un libro da cinque stelline sin dalle prime pagine. È forse l’unico del quale abbia letto anche l’introduzione, la pagina dei ringraziamenti, i riferimenti bibliografici (da cui ho attinto qualche volume da inserire in wish-list) e l’indice, oltre alla quarta di copertina. 
Sicuramente non è lettura “da comodino”, perché pur essendo molto scorrevole, facilmente comprensibile anche dai “non addetti”, pur avendo quasi in ogni pagina quel pizzico di ironia che non guasta mai, è comunque un “saggio”, uno di quei libri da leggere con la matita in mano, a sottolineare (non me ne vogliano i puristi, ma trovo che questo sia il modo migliore per leggere certi libri!) i passaggi più interessanti, quelli da rileggere assolutamente! 


Trovo che ci siano dei libri che dovrebbero essere in ogni casa, in ogni famiglia, per una gestione responsabile dei rapporti familiari, e per aiutare i propri figli ad acquisire maturità e consapevolezza di sé e del mondo che li circonda, liberi da stereotipi e da pregiudizi: tra quelli che ho letto, sicuramente ci sono “il corpo delle donne” di Lorella Zanardo (che andrebbe venduto insieme ai televisori, come i bugiardini vanno venduti insieme ai medicinali), “i monologhi della vagina” di Eve Ensler (che dovrebbe essere inserito nei programmi di educazione civica – o come cavolo si chiami questa materia oggi – nelle scuole), e appunto “ave Mary” di Michela Murgia. Sicuramente ce ne saranno altri, in futuro… ma per ora questi possono rendere l’idea di quanto sia stereotipata la nostra cultura: da quello che ci inculca la televisione, a quanto sia importante il rispetto per la donna, a quanto sia colpevole la religione e la sua visione maschilista e patriarcale, in questa storica sottomissione del genere femminile a quello maschile. 


La religione è fatta dagli uomini. È vero che le chiese sono piene di donne, ma sono viste e considerate il gradino più basso della gerarchia ecclesiastica. D’altronde una donna non potrà mai diventare prete, e men che meno cardinale o papa! Le donne sono funzionali alla Chiesa come gli schiavi ebrei – mi si consenta il paragone forse un po’ azzardato – erano funzionali alla costruzione delle piramidi. Manovalanza volontaria e a basso costo. 
La vita personale di ogni donna occidentale è vista ed analizzata dalla Murgia sotto tutti gli aspetti principali, e spesso paragonata all’uomo nelle esperienze e nella diversità di gestione del vissuto. 


Ci portiamo, noi donne, una grave eredità: il peccato originale, quella sentenza ad Adamo di lavorare e vivere col sudore della fronte e quella condanna alla donna “partorirai con dolore”. Alla donna, ad Eva ed alle sue discendenti è stato imposto il dolore. 
Ci portiamo, noi donne, un’altrettanto grave eredità: Gesù era uomo, figlio di una donna decisamente fuori dal comune – e non solo nel senso che intendiamo quando pensiamo alla sua immacolata concezione ed alla sua perenne e perpetua verginità – ma pur sempre uomo. 
Negli ultimi duemila anni, la Chiesa è stata governata da uomini. Perlopiù celibi. Questi uomini nel corso della storia hanno avuto, più di altri sovrani, un potere di dominazione non tanto “terreno”, su territori e popolazioni, quanto “spirituale” sulle menti dei fedeli. La religione cristiana ha condizionato duemila anni di storia dell’occidente del mondo, ha condizionato la vita di miliardi e miliardi di fedeli e non fedeli.

 

Michela Murgia ha analizzato questa “disparità” di trattamento millenaria, tra uomo e donna, all’interno della cultura cattolica, sotto diversi aspetti:

parte dal concetto della morte e da come viene vissuta, da come viene gestita a livello di media, sottolineando le differenze tra la morte di un uomo (con vedova, madre, figlia, sorella affrante), e la morte di una donna, che spesso fa notizia solo se legata ad un uomo importante o se vittima di quello che viene definito un “delitto passionale” (ma cosa ci può essere di “passionale” nell’uccidere la persona che si ama o si è amata?!?);

prosegue sulla visione che la società ha della donna, in funzione della sua capacità di procreare, come se una donna non potesse in alcun modo sentirsi realizzata se non attraverso la maternità, appunto;

e nell’analisi non si risparmiano velate critiche alla differenza sostanziale tra i santi e le sante della chiesa, e sul loro essere “pubblicizzati, politicizzati, strumentalizzati” per sedare eventuali idee contrarie: gli esempi sono eclatanti, uomini politici, banchieri, santificati senza problemi… ma le donne? A parte l’esempio – forse strumentalizzato – di Gianna Beretta Molla, moglie e madre, che ha scelto la vita del suo quarto figlio, sacrificando la propria, le sante della Chiesa cattolica sono vergini, martiri (in alcuni casi martiri per conservare la propria virtù), donne consacrate (santa Maria Goretti, madre Teresa di Calcutta sono un paio di esempi), che hanno fatto della sottomissione della donna all’uomo un esempio da imitare per tutte le donne del mondo;

e qui mi cade un mito: papa Giovanni Paolo II che anziché farsi forte del coraggio dimostrato dal suo predecessore – del quale ha scelto anche il nome! – il quale aveva dichiarato che Dio è padre, ma è anche e soprattutto madre e che avrebbe potuto rivoluzionare gli errori storici educativi, culturali che la Chiesa ha commesso nei confronti delle donne, tornando dunque sulla “retta via”, eccolo pavido e diplomatico che fa un passo indietro… (altri due passi indietro saranno poi compiuti dall’attuale papa Benedetto XVI… ma da lui potevo anche aspettarmelo);

in tutto questo, non possiamo dimenticare certamente la propaganda colpevolista che la Chiesa da secoli inculca ai giovani per rendere la loro adolescenza tormentata il più possibile! Sensi di colpa, sessualità negata o vissuta in maniera deviata, con rimorso, sviluppo psicofisico costellato da piccoli grandi traumi: il concetto della donna succube e sottomessa, che non si deve concedere, e se si concede deve farlo malvolentieri, che non deve godere; il concetto dell’uomo padrone, che prende quello che vuole quando e come vuole, perché quello è il suo istinto, e d’altronde se una donna dice no, in realtà vuole dire sì… credo che quest’educazione ristretta, bigotta, colpevolizzante, che non ha alcun rispetto per la donna, abbia sulla coscienza molti dei crimini sentimental-passionali che sono stati commessi negli ultimi duemila anni!

Propaganda colpevolista che ha diffuso una tale disparità di rapporto e di trattamento tra i coniugi all’interno della coppia, da creare non pochi disagi… soprattutto nelle coppie moderne (sarà questa una delle cause dell’aumento indiscriminato del numero dei divorzi?!?) le quali faticano a ritrovarsi in un modello artefatto e particolarmente rigido, oltre che anacronistico.

Perché il matrimonio, come spiega l’autrice, non è stato concepito da Gesù – come il battesimo, per esempio – ma è un sacramento artefatto e costruito ad hoc dalla Chiesa per imbrigliare in qualche modo i riti pagani ad esso assimilabili. D’altronde che la Chiesa abbia svolto politica di sovrapposizione su usanze precedenti, su ritualità preesistenti, ecc… è noto e risaputo, ed è stata una trovata geniale, questo dobbiamo ammetterlo, per accaparrarsi quanti più seguaci fosse possibile nel corso dei primi difficili secoli di propaganda e diffusione della nuova rivoluzionaria religione!

Riconoscimento particolare alla Murgia per l’abilità dimostrata nel dare spiegazioni chiare, logiche, ben documentate, a questa discriminazione di genere, senza cadere – rischio tutt’altro che da sottovalutare – nel j’accuse, nel dito puntato, nel processo a millenni di tradizioni cattoliche. Brava, complimenti!

Ho avuto in alcuni momenti la sensazione che diverse argomentazioni potessero essere maggiormente analizzate ed approfondite, ma forse è stato meglio così: si tratta di un libro accessibile a tutti per i contenuti e per come sono esposti. Un approfondimento maggiore lo avrebbe sicuramente appesantito, rischiando di annoiare il lettore, o rendendolo ostico ai più (me compresa, probabilmente!).

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