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Iniziato, letto e finito in appena tre giorni. Nulla di nuovo: il libri di Erri De Luca si fanno leggere volentieri e velocemente, come se mangiassi con ingordigia ogni parola… anche se so bene che le sue sono parole che vanno gustate, assaporate una ad una, sciolte sul palato come un buon vino caldo e corposo.

Inizialmente per la verità, non riuscivo a capire “dove” volesse arrivare l’autore, parlando dell’estate dei suoi dieci anni: è stato un lento sviluppo, quello della trama, che ha portato in appena un centinaio di pagine ad uno schiarirsi lento dei pensieri fino alle pagine finali, in cui tutto appare com’era, come quando si esce all’improvviso da un banco di nebbia fitta, è una questione di centimetri non vedere oltre il proprio naso, o vedere chiaramente tutto il panorama … come qui è solo una questione di pagine, di parole, di pensieri che in certi momenti sembrano buttati a caso, come quando l’autore mescola ricordi della sua infanzia a ricordi più recenti, legati all’età matura.

Descrive l’amore in modo diverso dal solito, descrive la scoperta, la sorpresa, la negazione e l’accettazione dell’amore, l’ingenuità e l’innocenza che lo accompagnano, la sicurezza tutta femminile nel guidarlo verso questa nuova scoperta, lui che credeva di sapere già tutto perché tutto aveva letto dell’amore nei libri dei genitori, perché le donne sanno sempre prima e meglio degli uomini. E anche la madre è donna, ed il senso di sicurezza tipico delle madri, si accompagna alla fragilità tutta femminile di questa donna che si trova all’improvviso davanti alla scelta che condizionerà tutta la sua vita, che condizionerà la vita dei suoi figli, la sua famiglia … e cerca in lui, in un suo sguardo, in un suo cenno, la forza per prendere la decisione: perché una donna che sia anche madre, le risposte può trovarle solo negli occhi dei suoi figli, che vedono più chiaro di quanto possa vedere il proprio cuore…

Mi ha ricordato il mio primo amore, questo librettino, non quel bambino cui tenevo la mano quando camminavamo accoppiati con la cartella sulle spalle, in prima elementare, pronti ad uscire dal cancello della scuola, ma quel ragazzino per cui mi presi una cotta quell’estate dei miei dodici anni, quando in vacanza su un’isola (non la stessa di Erri De Luca: ero in Sardegna), la natura mi rivelò donna, e mi costrinse ad abbandonare l’infanzia.

È come un lungo monologo: mentre si legge sembra di sentire la voce dell’autore che parla (proprio pochi qualche giorno fa ho visto un video in cui in pochi minuti racconta Napoli, la napoletanità, la lingua della città, i suoi suoni, la sua gente): con frasi brevi, pause, parole scelte accuratamente, e leggendo questo libro, mi è quasi sembrato che fosse lui stesso a raccontare, con il suo timbro e la sua leggera inflessione, con il suo uso lento e sapiente della lingua, scandendo ogni sillaba, ogni parola, con il tono calmo di chi questa tranquillità se l’è conquistata ed ora se la tiene stretta, e sembra che nulla possa scuoterlo.

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