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Un libro-specchio Parto dicendo che a me, come scrive l’autrice, non piace. 

Mi sembra forzato il tentativo di inserire qua e là, quasi distrattamente, termini dialettali, quasi una pessima imitazione di Camilleri. 
Mi sembra forzato questo paragone continuo tra le donne e la città di Catania, spesso concetto ripetuto e ripetitivo, quasi a ricordare continuamente al lettore “se non l’hai capito, questo libro è ambientato a Catania”… ma il lettore l’ha capito benissimo! 
Mi sembra spesso stridente questo passare tra un capitolo e l’altro dal discorso indiretto della voce narrante esterna, al discorso diretto della voce narrante al protagonista, quasi volesse spiegargli i suoi stessi pensieri, che poi di riflesso come in uno specchio è come se il libro volesse descrivere al lettore i SUOI pensieri, i pensieri del lettore. (Non mi piace come modo di narrare, però nel mio caso ha funzionato). 
Il giallo non c’entra nulla, anzi, forse del giallo non importa a nessuno: d’altronde si sa già tutto, chi è stato, dove, come, quando, perché – o meglio, il perché, il movente è ciò che tiene in piedi tutta la struttura narrativa, visto che “lo sbirro femmina” è per quello che sta indagando. In realtà la parte più importante di questo libro è la descrizione dei rapporti di coppia e familiari, dei delicati equilibri non di amore, di sostegno reciproco, di confidenza, condivisione, intimità, che legano due persone, bensì di morbosità, di convenienze, di silenzi, bugie, e convenzioni sociali, di subalternità della donna all’uomo. 
E non parliamo di cinquanta o sessant’anni fa, parliamo di oggi. Dell’era di internet, della globalizzazione e delle altre “diavolerie moderne”. 
Ricordo che la mia professoressa di italiano delle scuole medie (una Grande Donna, una Grande Insegnante) diceva che la tecnologia avanza a passi da gigante, ma che sono le mentalità che non riescono a stare al passo. Ed aveva ragione. 
Parliamo di donne che devono stare al loro posto. Che non capiscono. Che non devono lavorare. Che hanno il grande e grave compito di stare in silenzio, subire, tenere unita la famiglia, difendere l’onore dei loro uomini. 
Parliamo di donne che accettano e subiscono violenze fisiche e psicologiche (quelle sono le più subdole, perché annientano lo spirito e la mente, più di quelle fisiche), e le accettano perché pensano, perché hanno avuto esempi così, perché sono state cresciute nella convinzione che quello sia il loro posto ed il loro dovere. 
Quando mi è stato prestato, è stato accompagnato da questa frase “Ale, in questo libro è come se avessi letto vicende tue”. Così mi sono incuriosita e l’ho iniziato. 
Sono arrivata quasi a metà e non mi prendeva molto. L’ho già detto, lo stile non mi è piaciuto. È rimasto sul mio comodino con un biglietto del treno a pagina 135 (di 286) per diverso tempo. Nel frattempo ho letto altri tre libri. Più leggeri e veloci da leggere. 
Proprio ieri sera ne ho finito uno (“Il club erotico del martedì”) nel quale in un certo senso mi ero quasi immedesimata. Avrei dovuto lasciar decantare il tutto come faccio di solito. Rifletterci su e scrivere la mia recensione. E invece ho riaperto questo. Era tardi, ero stanca, avevo sonno, ero anche arrabbiata per vicende personali piuttosto spiacevoli. Ed il primo capitolo che ho letto, mi ha fulminata. 
È stato come uno specchio nel quale riflettermi, nel quale riflettere quella che sono stata fino ad un paio di anni fa. Come ho vissuto e con chi. Cosa ho sentito. Le lacrime che ho versato in silenzio senza che fossero capite o ascoltate. L’ostracismo. 
E chi ha giocato sulle mie debolezze per farsi forte. Prima denigrandomi e degradandomi. Poi quando mi sono rifiutata di continuare ad essere il suo giocattolo, ha giocato abilmente il ruolo della vittima, un grande attore! raccogliendo consensi, sorrisi, conforto. Allontanando persino i miei parenti da me, e portandoli dalla sua parte. Come se fosse una gara: chi ha più fans vince. Ho stretto i pugni e le mascelle, ed ho ingoiato ancora lacrime ed angherie. Ho tentato di difendermi e sono stata accusata persino di volermi difendere. 
Ma ora sono davvero libera. E (un po’) più forte. 
Mi era mai capitato prima, di leggere un libro-specchio? 
Un paio di volte, credo, “Casa di bambola” di Ibsen, anche se tutte le volte che l’ho letto, non ho mai capito fino a che punto io fossi simile a Nora, e “Torvald”, simile a Torvald… e poi “Baby-à-porter” , un libretto da ombrellone che sdrammatizza con ironia, ma che rispecchia fedelmente le ansie di tante donne che aspirano (ahimè senza successo) alla maternità. 
Ed ecco, anche “uno sbirro femmina”.

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