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Quasi quasi mi dispiace aver capito chi era l’assassino prima della sua rivelazione… (vorrei dire come l’ho capito, ma toglierei suspense a chi ancora deve leggerlo! Ed un paio di persone che conosco mi picchierebbero per questo, visto che l’ho letto prima di loro!) ma anche l’intuizione non toglie nulla alla bellezza del libro e degli scorci di una napoli di ottant’anni fa, molto più attuale di quella odierna.

Vipera, la vittima, è una prostituta, un’escort diremmo oggi. Una delle tante. Quanto vale la sua vita nel 1932? E quanto può valere la vita di un’escort, prostituta, o donna di strada oggi, nel 2012? Perché sprecare tempo ed energie nell’indagare sulla vita e soprattutto sulla morte di una donna di poco valore?

Ma Vipera non è solo una donna di poco valore… è innanzi tutto una donna, una persona, e la sua morte violenta ed improvvisa merita giustizia.

Giustizia per la violenza subìta da ragazzina e che l’ipocrisia della società in cui vive, perdonando al suo stupratore il “vizio” delle belle donne, ha condannato lei, bella ragazza, vittima di violenza, a vivere da reietta. Giustizia per aver dovuto rinunciare all’amore, e ad una vita semplice, giustizia per aver dovuto “abbandonare” il proprio figlio. Giustizia perché ad averla uccisa non è stato l’amore, né l’odio, ma l’egoismo. Giustizia perché nessuno può arrogarsi il diritto di decidere della vita e della morte di un proprio simile, nemmeno se si tratta dell’essere più infimo o inutile del mondo.

Cos’ha di diverso Vipera dalle donne che vivono sui nostri marciapiedi? Da quelle ragazze come noi, come le nostre sorelle, come le nostre figlie, che sono costrette a vendersi per vivere? Da quelle donne senza nome scomparse da un giorno all’altro e sempre senza nome trovate nelle campagne, nei fossati, uccise perché considerate alla stregua di oggetti che ormai non servono più.

Donne senza giustizia, a differenza delle altre donne di cui la cronaca ci fornisce nomi e particolari sulla vita personale e privata, che essendo “rispettabili”, hanno volto e voce nella ricerca dell’assassino.

La crisi del ’29 si faceva sentire ancora nel ‘32, come oggi, ottant’anni dopo nel 2012 sentiamo e subiamo ancora la crisi partita a livello mondiale nel 2008. Una crisi che accentua ed evidenzia le debolezze della natura umana: chi si arrangia onestamente, e chi fa come può, chi si finge cieco e chi si lascia travolgere dal vizio del gioco, chi non rinuncia a dire la sua anche a costo di rimetterci la libertà, e chi se ne frega della politica… chi lo direbbe che sono atteggiamenti tipici solo di quel periodo? Non riconosciamo oggi nel finto cieco con la fisarmonica, le truffe all’INPS per le pensioni di invalidità e le indennità di accompagnamento indebitamente incassate, di cui ogni giorno ci informano i giornali? Non riconosciamo nel figlio della Maitresse, gli irresponsabili adulti del 2012 che si giocano stipendio, risparmi, casa, e tutto quello che hanno (e quello che non hanno) alle macchinette? Non riconosciamo nella figura del Dottor Modo, che in nome della libertà di espressione, rischia la galera, il confino, o peggio la morte, figure più moderne di giornalisti che per fare oggi il proprio lavoro e per rispettare il diritto di cronaca, rischiano la galera? Non riconosciamo nella madre di Vipera, le tante donne che si dicono ferventi cattoliche praticanti, di quelle che troviamo in chiesa ogni due per tre a battersi il petto, e che sono anche le donne più spietate a giudicare? Quelle pronte a scagliare la prima pietra, le più dure e inflessibili, anche e soprattutto con i propri cari. Come se Dio, per il solo fatto di guardarle dall’alto di un altare, infondesse in loro il diritto di giudicare gli altri.

Tra i personaggi principali, Livia esce allo scoperto con una maggiore umanità anche rispetto al libro che riguardava principalmente la sua vita personale. Umana, fragile, semplice nonostante il trucco sempre perfetto, i capelli in ordine, la ricchezza, le frequentazioni snob. Livia prende maggiore spessore, e al tempo stesso perde vigore la figura di Enrica, che la tata Rosa tentando di aiutarla a diventare la moglie perfetta per il signorino (il commissario Luigi Alfredo Ricciardi), rischia di trasformare nella governante perfetta.

Gli altri protagonisti principali, meglio delineati nei libri precedenti, con scorci interessanti sulle loro vite e sui loro sentimenti, si muovono ormai sicuri, come se arrivati a questo punto, al sesto libro della serie su Ricciardi, non fosse più necessario presentarli perché sono già di diritto entrati nel cuore dei lettori: la presenza della famiglia di Maione appena accennata, anche la tata Rosa è appena in ombra, persino Enrica non è più quella figura importante nel cuore del commissario, ed alla finestra della sua camera. Pure della vita di Ricciardi si parla poco o nulla, della sua infanzia, del suo dono (o sventura, dipende dai punti di vista).

Solo un paio di parole aggiungerei (e non sulla trama, altrimenti le botte le prendo sul serio!): lo stile di De Giovanni è maturato, dai primi libri, oserei dire più “sicuro di sé”, e anche l’analisi dei personaggi tra “il metodo del Coccodrillo” e “Vipera” è più sfaccettata e realistica. I frequenti salti da un’ambientazione all’altra (tipica del cinema e della tv), rende maggiore suspense sulle vicende narrate, e rispetto ad altri libri che ho letto, nei quali questi continui salti risultavano irritanti oppure facevano perdere il filo degli eventi, nelle opere di De Giovanni il passaggio è più “soft”, con toni spesso poetici, e rende l’idea delle tante vite che si snodano attorno alla vicenda delittuosa, e che dà un migliore quadro d’insieme sulla trama, come quando appunto si osservano i tanti particolari di un dipinto, attorno al personaggio principale che è raffigurato sulla tela.

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