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Che si tratti del migliore de Giovanni, è fuor di dubbio.

Lo stile è impeccabile e i personaggi, sia i vecchi, sia i nuovi, sempre ben delineati, a volte con poche pennellate, in altri casi con descrizioni più dettagliate, che sembrano "di pancia" più che di penna, più emotivi nei gesti, più emozionali nel racconto delle loro vicende. Livia, per esempio, violenta ed istintiva come una fiera ferita, e Bianca, orgogliosa, controcorrente, caparbia e generosa, forse poco credibile nelle ultime pagine se non in veste quasi "materna". La nuova tata del commissario, che cerca di mantenere sangue freddo e razionalità, ma che si lascia trasportare dall'emotività del ricordo, della recente perdita, dal bisogno di avere ancora una guida. I soliti Maione e Bambinella invece sembrano messi in angolo, a mantenere il loro ruolo fermo e stabile come l'avevamo lasciato nel capitolo precedente.

Ma il personaggio che in questo romanzo - come nel precedente - avrei abbracciato con più trasporto è il padre di Enrica... una guida discreta e silenziosa, un complice paterno e lungimirante. Un uomo che non dimentica le proprie esperienze, ma ne fa tesoro (e vi assicuro che non è da tutti, anzi!), un uomo discreto e lungimirante, protettivo ed affettuoso a suo modo, un padre presente, che ha il dono di leggere nei cuori e che sa toccare le corde giuste.

E de Giovanni tocca le corde della paternità e della maternità con una sensibilità fuori dal comune. riesce ad intrappolare il lettore tra le sue pagine come pochi altri scrittori sanno fare ed è uno di quelli che vorresti conoscere personalmente, perché se dalla sua testa esce cotanta vita e cotante storie, allora forse vorresti farne parte anche tu, anche solo per qualche istante, come accade quando il libro si apre, e come per magia ti porta a quasi un secolo fa, in una città ben diversa, ma sempre uguale a quella che Napoli è oggi... 

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