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Poter partecipare alla presentazione di un libro aiuta molto nella comprensione del testo, soprattutto se la lettura è terminata da poco.

Così, la settimana scorsa è capitato a me, subito dopo aver terminato la lettura del nuovo libro di Maurizio De Giovanni, “I bastardi di Pizzofalcone”.

Nella bella cornice rappresentata dalla Limonaia di Maratea per l’ultimo appuntamento della serie di incontri con personaggi di spicco nel mondo della cultura italiana “Alta Marea 2013”, come tra amici raccolti in un giardino, una sera d’estate, a raccontarsi, ad ascoltare, a condividere, ecco che Maurizio è arrivato puntuale e sorridente. Abbigliamento casual, sorriso aperto e contagioso, occhio attento e vivace. Ha parlato di sé, del suo amore per la lettura, per Napoli, per “il” Napoli… e nel raccontare la sua città, gli occhi gli brillavano di emozione (beh, forse quando parlava della sua squadra del cuore gli luccicavano un po’ di più).

Si è raccontato, ha parlato di altri autori, di quelli che stima spassionatamente, da quelli che ha letto ed amato (Ed McBain in primis) sin da bambino, a quelli che ora sono suoi cari amici (Diego De Silva e Donato Carrisi per esempio), ma anche di quelli che non stima particolarmente (ma questi – con eleganza – non sono stati nominati!), ha parlato della definizione di “genere letterario” che è tipica di un modo di vedere la letteratura restrittivo e riduttivo (sebbene sia comunque comodo, soprattutto nelle librerie, quando si cerca un autore o un argomento in particolare), e con la semplicità e l’umiltà del “vicino di casa”, ha raccontato di come del tutto casualmente, da lettore accanito si è trasformato in un famosissimo scrittore.

Ma è questa sua semplicità nel presentarsi ai suoi fans che lo fa sentire come un “vecchio amico”, che fa desiderare di conoscerlo ben oltre le sue pagine, proprio “personalmente”!

 “I bastardi di Pizzofalcone” , come sapete, racconta dell’ispettore Lojacono, trasferito suo malgrado dalla Sicilia a Napoli, ai giorni nostri. Ma non aspettatevi un “dov’eravamo rimasti” (alla fine de “Il metodo del coccodrillo”): come Maurizio ha spiegato durante la presentazione – e come è dato modo di intuire durante la lettura – la storia e la vita di Lojacono sono solo parte di un intreccio più grande nel quale si incastrano la storia e la vita di altri personaggi. Proprio come avviene nella vita reale: chi di noi vive in una soap, dove conosce SOLO una decina di persone di cui conosce le vicende ed il carattere? e i casi giudiziari “veri” non sono come i gialli di Agatha Christie (del tipo “a camera chiusa” con pochi personaggi, chiusi all’esterno appunto), per quanto da lei magistralmente narrati.

In questo libro, con assoluta libertà narrativa, rispetto alle aspettative dei lettori (e della casa editrice, forse?) Maurizio ci introduce nuovi personaggi, ognuno con il proprio background, con il proprio carattere, con le proprie debolezze, personaggi che sicuramente impareremo a conoscere nei prossimi libri, e nelle prossime storie, ne conosceremo di nuovi, principali, secondari, semplici comparse, ognuno con le proprie storie, le proprie paure, debolezze, insicurezze.


Dello stile, che dire: una certezza. Sempre più sicuro, con un uso della lingua impeccabile e preciso, forse con meno tratti poetici rispetto ai libri precedenti, ma con una fluidità sempre coinvolgente, per trascorrere qualche giorno con i protagonisti di questa storia come se ci si trovasse tra vecchi amici e nuove conoscenze.

Il caso giudiziario? Ben costruito e chiaro, io ho scoperto l’assassino a sole 40-50 pagine dalla fine.

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