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Avevo visto il film da ragazza, quando ancora in TV non esistevano i bollini da semaforo per indicare programmi adatti o meno adatti ai ragazzi. E io ahimè, soffrivo d'insonnia, perciò leggevo fino a tarda notte, oppure guardavo film horror, oppure...
Il film mi era piaciuto: lo avevo trovato esotico e sensuale, come sicuramente era negli intenti del regista.

Il libro, al contrario, di questa esotica sensualità sembra privo: ha uno stile molto personale, addirittura polimorfo, tra il diario e la cronaca, con interi paragrafi scritti in prima persona, quasi gettati febbrilmente su carta, ed altri più razionali e distaccati, scritti in terza persona.

E' la storia autobiografica dell'autrice, che racconta del periodo in cui ha vissuto in estremo oriente, durante l'adolescenza, e sebbene sia stata scritta molti anni dopo, a volte dal racconto emerge la disarmante ingenuità dell'adolescente protagonista, altre volte ne traspare il lucido distacco dalla realtà che la circonda, quasi il voler prendere le distanze da sentimenti troppo forti come la passione per il cinese, l'odio-amore nei confronti della madre e del fratello maggiore, il tenero e profondo affetto per il fratello minore e per la sua amica del collegio, il dolore per la perdita del fratellino, o forse il pudore di non voler esporre troppo questi sentimenti, quasi come se imprimerli su carta fosse troppo forte da sopportare.

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