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... è curioso che lo abbia scelto (e mi sia stato regalato) proprio il giorno dell'anniversario della nascita della scrittrice.
non ci si aspetta grande letteratura, ovviamente, sono "solo" stralci di lettere della Woolf alle amiche, alla sorella, ma molto dense di riflessioni, anche quando la corrispondenza assume un tono più scherzoso.

carina l'edizione, curata, buone la carta e la rilegatura... originale la sovraccoperta che fa da confezione, permettendo anche, eventualmente, di spedire il libretto.

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Diciamoci la verità… non mi azzarderei mai a comprare “il codice da Vinci”, e compro questo?!?

Ho guardato schifata in libreria i libri di Totti, di Cassano, della Clerici sulla sua maternità, quasi fosse l’unica donna al mondo ad aver avuto un figlio… e mi ritrovo a leggere la Pivetti in meno di due giorni… subito dopo aver finito il fantastico “ave Mary” di Michela Murgia, per giunta!

Dovrei forse pensare che ci sia qualcosa che non va, se ho rotto questo tabù – ovviamente fanno eccezione i libri di Faletti, perché lui lo ha preso sul serio il mestiere di scrittore, in un modo o nell’altro – ebbene: quello che mi ha attirata verso questo libro è stato l’argomento. Non tanto la Pivetti, non è che sia una sua fan al punto tale da voler conoscere ogni particolare riguardasse la sua vita, e non sono nemmeno una che non vive se non fa gossip: se fosse per me i giornalisti che se ne occupano sulle riviste o in tv, sarebbero tutti a spasso!

Però l’argomento mi interessava. Narrato da una “profana”, e da una profana “famosa”, poi, poteva interessarmi un po’ di più. È stato uno dei periodi più nebbiosi della mia vita. Ho pochissimi ricordi di quegli anni, e non so se sia una fortuna o una disgrazia, ma non me ne cruccio più di tanto.

Così l’ho letto.

Diciamoci la verità: dal punto di vista “letterario” non mi ha aggiunto nulla e non mi ha tolto nulla: è uno di quei libretti leggeri che si leggono in poche ore, magari durante un viaggio, magari in una sala d’attesa… e non è che mi aspettassi qualcosa di più!

Però non mi sono pentita della lettura. Ho ricordato qualcosa di quegli anni. Piccole sensazioni, ricordi vaghi e molto fumosi… Non ne parlo mai, non mi piace parlarne, chi mi conosce adesso non sa quello che ho vissuto, e se lo sa, ho dedicato a questo racconto non più di un quarto d’ora in cui tutto è stato narrato “all’acqua di rose”, una sintesi della sintesi del mio inferno giovanile.

In diverse “caratteristiche” mi ci sono ritrovata.

La vanità e l’amor proprio che andavano a farsi benedire. Il ciondolare per casa con un feticcio (lei un maglione grigio, io una coperta che mi accompagnava dal divano al letto, dal letto al divano). I pianti continui. La vita da “paguro”, come mi chiamava mio cugino in quel periodo, quando mi rintanavo dentro quella coperta come se fosse il mio guscio, a dormire. Avrei potuto dormire diversi giorni e diverse notti consecutivamente, senza sogni. Ci avrei messo la firma pur di non piangere ancora, pur di evitare gli incubi, pur di non sentirmi il petto così oppresso e pesante, che nonostante fossi ridotta uno scheletro, all’epoca, mi sembrava di essere una di quelle incudini che si trovano provvidenzialmente a cadere sul “malcapitato” di turno nei cartoni animati americani… Volevo che tutto questo dolore finisse. Non capivo la differenza allora, e pensavo che volere la fine di quel dolore significasse desiderare la morte. Non era così… l’ho scoperto dopo… I parenti che non capiscono, non comprendono. Che provano a tendere una mano, ma non è mai l’aiuto giusto. E l’umore che fa su e giù come quelle giostre al luna park.

Mi sono rivolta ad un paio di psichiatri. Poi ad un paio di neurologi. La cura è stata modificata più volte nel tempo. E per fortuna questa sofferenza è durata “solo” pochi anni.

Mi è rimasta l’ansia. Un piccolo regalo d’addio della “depressione reattiva” che mi aveva accompagnata in quelli che per un’altra ragazza di 22-24 anni dovrebbe essere l’età più spensierata. Poi ho imparato – da sola – a gestire anche gli attacchi d’ansia. A modo mio. Perché ogni depresso può comprendere quello che provano gli altri depressi, anche se ogni depressione è un mondo a sé, e allo stesso modo, ogni soggetto che soffre di attacchi d’ansia o di panico può comprendere gli altri, ma ognuno alla fine è solo con i propri sintomi e trova da solo il modo per affrontarli ed uscirne. Ogni volta.

È passata. Un capitolo chiuso. Uno spiacevole ricordo dal quale spesso mi distacco, perché se all’epoca non mi riconoscevo guardandomi allo specchio o in fotografia, ora non sono capace di riconoscere me stessa in quella che ero allora.

La depressione ti sdoppia, questo ho imparato.

Ho temuto di ricaderci, negli ultimi anni. Ho temuto di non riuscire a reggere lo stress che ho vissuto. Ma una volta che queste cose le hai vissute, le sai riconoscere, in qualche modo sai come affrontarle. Qualcuno ci ha sperato, di potermi accusare di depressione, di poter incolpare me per le proprie mancanze… peccato, è andata male, stavolta! J Perché  l’ho riconosciuto, ed ho sconfitto il mostro ancor prima di permettergli di entrare nel mio petto a consumarmi cuore e polmoni, prima ancora che mi annebbiasse il cervello e la vista.

Ho allontanato dal mio cuore persone che ho amato, ma che non mi rispettano, e che mi avrebbero rituffato volentieri nel pozzo nero della depressione, solo perché restassi la donnina docile ed insignificante che a loro piace tanto: mantengo con loro rapporti pro forma, non so se se ne siano accorte, ma mi hanno persa ormai…

Mi sono aggrappata al sorriso di mio figlio. Mi sono aggrappata agli abbracci rassicuranti di chi mi ama e vuole il mio bene (e non è tanto scontato!), e imparo poco alla volta ad essere ottimista, dopo aver trascorso tutta la vita a vedere il bicchiere mezzo vuoto.

Ecco: alla fine di questo libro, forse quello che resta, in chi l’ha vissuto, è il senso di condivisione, di comprensione. Veronica la donna, la persona, non la Pivetti attrice, ha raccontato se stessa, ha messo a nudo le proprie fragilità, senza tabù, senza mezzi termini. E leggendola, in qualche modo, le ho permesso di mettere a nudo anche me…

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sarà che a me Camilleri piace pure se scrive la lista della spesa; sarà che ha un linguaggio ed uno stile inconfondibili anche quando scrive in italiano o se trascrive - come appunto in questo caso - delle sue interviste; sarà che ci ho letto del sentimento, in queste pagine, fitte di ricordi, di episodi, a volte raccontati fin troppo velocemente e sommariamente, leggère comunque come piccole parentesi.
Mi è piaciuto, mi ha portata nella vita dello scrittore come se fossi una nipotina alla quale il nonno racconta le sue esperienze, i ricordi, le persone conosciute (dico, PI-RAN-DEL-LO!!!)
Una di quelle persone che non ti stancheresti mai di ascoltare... nonostante la voce (inconfondibile, certamente!) grave e roca.

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Il materiale sarebbe stato immenso, e averlo riassunto in sole centoquaranta pagine, secondo me, è stato quasi un delitto!

L’autore descrive la vita del protagonista dalla fine dell’infanzia all’età matura, passando non solo per tutte le sue vicende personali, familiari, lavorative, sentimentali, ma anche per tutta la vita di una nazione che faticosamente esce dalla seconda guerra mondiale ed attraversa anni difficili, che ne segneranno la storia, fino alla caduta del muro di Berlino ed alla fine della guerra fredda.

Non è solo un lungo racconto di formazione, ma anche uno spaccato di vita del nostro Paese, visto da chi l’ha vissuto con impegno sociale e politico – parlo di una generazione prima della mia, quella che ha visto l’immediato dopoguerra e le stragi degli anni di piombo e la fine dei regimi comunisti dell’est… (io stessa ho vaghi ricordi della caduta del muro di Berlino, così come di tanti altri avvenimenti non ho notizia se non da fonti indirette, perché non ero ancora nata, o perché ero solo una bambina) – e che aveva il potenziale per “raccontare ai posteri” qualcosa di più di quello che i ragazzi di oggi possono trovare sui libri di storia (ma poi: sui libri di storia nei programmi del 2012, si troverà davvero uno studio critico di tanti avvenimenti degli anni ’70 e ’80?!?).

Luca è alla ricerca costante di una “missione” cui votare la sua vita, ed in un’epoca in cui l’Italia deve ricostruire il suo popolo, e gli Italiani devono ricreare l’identità dell’Italia, ecco che lui trova degli ideali, degli insegnamenti, dei valori, in quelli che il comunismo – che negli anni ‘50 rappresentava un punto di riferimento per le nuove leve, per i giovani, al pari degli oratori ecclesiastici, dei dopolavoro, dei circoli, e di altre forme di aggregazione nelle quali ci si ritrova, poveri e volenterosi, a dividere con la comunità quel poco che si ha, che sia tempo, lavoro, del pane, degli ideali – gli propone.

Come accennavo, è un modo “particolare” di leggere la storia della seconda metà del secolo scorso, quella storia che nei programmi scolastici difficilmente viene trattata con l’adeguata criticità, attraverso la sua ansia di conoscere, di sapere, di leggere ciò che la guerra finita da poco aveva rappresentato e le cicatrici che ha lasciato nel panorama europeo, ed ha un sapore particolare anche la lettura di episodi che hanno in un modo o nell’altro mutato la nostra vita (gli anni di piombo e gli attentati, il referendum sul divorzio, Solidarnosc, la caduta del muro di Berlino… ) attraverso gli occhi di un ragazzo, di un giovane, di un uomo che cresce e li vive, con la consapevolezza delle sue tante domande, la certezza dei suoi valori, e le difficili scelte che la società – in particolare attraverso la sua militanza nel Partito Comunista – gli propone.

La sua militanza nel partito comunista ha vissuto fasi alterne accompagnarlo dall’adolescenza alla maturità: dall’entusiasmo giovanile, con la scoperta, nuova per l’epoca, non solo della libertà di pensiero e di espressione, ma anche dell’esistenza dei diritti dei lavoratori con la creazione dei primi sindacati, al distacco, diversi anni dopo, da ogni forma di estremismo ottuso e violento e dai paraocchi sovversivi che hanno portato alle stragi di innocenti in diverse piazze d’Italia; dalla decisione di anteporre le sue idee personali, indipendentemente dall’appartenenza al partito, a quello che la Chiesa Cattolica tentava di imporre a tutti i fedeli in occasione del referendum sul divorzio; dalla consapevolezza che il comunismo “assoluto” non può rappresentare una vera alternativa a quell’altro estremismo assoluto che era stato il nazifascismo (come quando, tornando da un viaggio nei Paesi “oltre cortina” riflette dicendo a se stesso “Tutte le ragioni che erano servite a giustificare – era capitato anche a lui di farlo sdegnosamente – i regimi comunisti, la mancanza di democrazia e di libertà, i privilegi intollerabili di un ceto al governo, le difficili condizioni di vita dei lavoratori, ora non desiderava altro che espellerle dalla sua coscienza.”), alla scoperta che il comunismo vissuto a Napoli, fatto di gente come lui, cresciuta con lui, dove l’unione fa la forza, non era come il comunismo vissuto a Cuneo: diversa la gente, diverse le mentalità, diverse le esigenze, e diverso da questi era anche il comunismo vissuto nei Paesi dell’Est sotto il controllo del regime comunista di stampo sovietico; dall’esigenza interiore, entusiasta e giovane, di voler fare qualcosa per migliorare la società, alla consapevolezza di non poter fare molto, da solo, neanche occupando una poltrona.

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Una storia vera, sicuramente romanzata, dal momento che la storiografia ufficiale ha in qualche modo “dimenticato” che nel 1677 per un mese, grazie a circostanze molto particolari, la Sicilia ha avuto un viceré donna! Camilleri stesso infatti, ammette di aver trovato ben pochi riferimenti a riguardo, e di averci in qualche modo “costruito su”, una storia piuttosto realistica e verosimile, e comunque narrata con la solita leggerezza e la grande ironia che contraddistingue la scrittura dell’autore.

Donna Eleonora si è distinta per senso di umanità e di giustizia, sebbene convinta di agire principalmente per vendetta. Si è ritrovata ad occupare un posto che non le competeva: alla morte improvvisa del marito, il viceré di Spagna in Sicilia, avrebbe dovuto partire nuovamente per rientrare in patria, e per la Sicilia il Re avrebbe nominato un nuovo viceré. Ma il marito – come gli era consentito (e non era la prima volta che un viceré designava un proprio successore, anche se mai prima di allora era stata scelta una donna) – aveva voluto lasciare scritto nelle sue ultime volontà che Donna Eleonora prendesse il suo posto.
Giovane, bellissima, saggia ed intelligente. Ha rivoluzionato la Sicilia sradicando dal potere la corruzione ed il malaffare, inimicandosi molte delle famiglie potenti di Palermo, e la Chiesa, che dava maggiore peso al potere temporale che a quello spirituale, ma sicuramente facendo pulizia e dando benessere. Purtroppo il suo governo – per ragioni di opportunità politica – ha dovuto piegarsi al volere del Papa (al quale il Re di Spagna stesso si era piegato per evitare inutili scontri diplomatici, o peggio, guerre), e del Re, che l’ha richiamata in patria appena un mese dopo. Un ciclo lunare.

Storia quanto mai attuale, in un paese ancora “dominato” da una classe dirigente piuttosto vecchia – anagraficamente ma anche politicamente – legata a vecchi interessi, non necessariamente rivolti alla comunità quanto piuttosto alle “esigenze” di grandi economie e grandi aziende che ahimè, spesso, con la comunità non hanno nulla a che fare! Una classe dirigente che avrebbe bisogno di un rinnovamento non solo anagrafico, ma anche di genere. Un paese però che è ancora inesorabilmente troppo legato alla cultura e tradizione di stampo patriarcale che l’ha guidata fino ad ora, e che in qualche modo tenta di mettere in seria difficoltà le poche donne che hanno avuto accesso al “potere” (una donna ministro si è dovuta dimettere qualche mese fa per questioni amministrative personali, un’altra è quasi quotidianamente attaccata per il suo sesso e per il colore della sua pelle!)

Il linguaggio usato è molto particolare, che mescola sapientemente l’italiano, al siciliano tipico degli scritti di Camilleri, ed allo spagnolo di Donna Eleonora, ma che, nonostante le evoluzioni linguistiche risulta comunque di veloce lettura e facile comprensione.

Senso dell’umorismo ed ironia sapientemente dosati in ogni pagina mantenendo leggere e comunque realistiche certe situazioni, ed evitando di portare le descrizioni di certi personaggi su un piano ridicolo ed inverosimile. 

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