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Ho sempre pensato che anche il diritto di cronaca come qualsiasi altro diritto abbia dei limiti - limiti imposti dal concetto stesso di libertà, ma anche di dignità della persona umana. Purtroppo sui social assistiamo - pressoché impotenti, se non ignari complici - ad un'abnorme amplificazione di quello che i giornalisti considerano "diritto di cronaca".

Penso che ci siano immagini che per la stessa dignità dei protagonisti, non debbano essere mostrate, come al mercato, ad un pubblico di viziosi e guardoni. Libertà di pensiero e di azione vuole, però, che per una testata (o sito, o pagina, blog, ecc...) che per rispetto e dignità evita di pubblicarle (o al limite le oscura, le censura, le sgrana) ce ne siano altre cento (testate, siti, pagine, blog, ecc...) disposte a sbattere davanti ai nostri occhi - qualsiasi sia il canale: carta, tv, pc, tablet o smartphone - la cruda realtà della morte, la deformazione delle ormai vuote espressioni di un viso, la smorfia di dolore, di disperazione, di sgomento, di rassegnazione, ormai impresse per sempre su quel volto.

Ma non nei nostri occhi: siamo ormai così assuefatti a vedere la morte che non ci tocca più. Che differenza c'è tra il guardare i migranti morti disperati che galleggiano sul mare o sbattuti sulle onde sulla spiaggia cui sono giunti troppo tardi e i manichini fin troppo realistici o gli stuntmen che inscenano scene simili per i telefilm polizieschi più famosi? Ieri guardavamo i video dei primi violenti assassinii compiuti dall'isis nei confronti degli ostaggi occidentali; ggi guardiamo un bambino di appena due anni, poggiato sulla sabbia, che sembrerebbe dormire, se il suo viso non fosse lambito dall'acqua che dolcemente arriva sul bagnasciuga senza scuoterlo o infastidirlo. Domani non ricorderemo più né gli uni, né l'altro.

Credo ovviamente che il mondo debba conoscere, sapere, prendere coscienza, non girarsi dall'altra parte, ma sono certa che ciò sia possibile anche senza la sovraesposizione dell'ultimo dolore umano. 

Questo bambino, e le onde che accarezzavano il suo corpo immobile, lo ha visto anche mio figlio, a pranzo, a tavola, tra un boccone di petto di pollo ed uno spicchio di patata al forno.

Mi ha guardata con l'incredulità e lo sgomento di un bambino di otto anni e mezzo e mi ha chiesto spiegazioni.

Che contrasto, tra le immagini viste in TV di un bambino ormai ingrigito dalla morte e le guance rosee di mio figlio che mangiava il suo pranzo con avidità.

Mentre deglutivo, prima di tentare di spiegargli l'orrore del mondo, che a lui sembra tanto lontano, pensavo a quanto siamo fortunati, nonostante i problemi, la crisi, il non riuscire ad arrivare a fine mese, a vivere al di qua dal mare, a non aver mai conosciuto gli orrori che hanno visto loro, i migranti, a quanto è fortunato mio figlio che ancora neanche riesce a comprenderli pur ascoltando le notizie in TV o le mie spiegazioni. Mentre aprivo la bocca per parlargli, pregavo Iddio che lui non debba mai conoscere tale angoscia.

Ammetto di aver avuto in quel momento serie difficoltà a spiegargli che la guerra, la povertà, la disperazione, la fame, la speranza per il futuro non sono poi tanto lontane da noi, e passano per un mare incerto e pericoloso, grazie a scafisti senza scrupoli, con barconi di fortuna, o sfortuna, stracarichi di disperazione e di speranza, di paura, di dolore e di morte.

Ho dovuto rispondergli che loro lo sanno, sì, che quelle barche non sono sicure, e che neanche il viaggio lo sarà, e che forse tutti i risparmi di una vita sono sprecati in una traversata che non vedrà mai terra all'orizzonte, ma che la paura di quello che si lasciano alle spalle, la speranza di quello che potrebbero avere se fossero fortunati al di qua dal mare, anche se chiusi in un centro d'accoglienza come ghettizzati, appestati, carcerati, anche se costretti a camminare per chilometri, sotto il sole, sulle spiagge, carichi come muli a vendere chincaglierie a gente spaparanzata al sole che cerca di strappargli anche un solo euro di "sconto", anche se costretti a lavorare tutto il giorno con la schiena piegata in agosto, nelle nostre terre, a raccogliere pomodori che forse neanche mangeranno... ecco, se tutto questo, che per noi che viviamo al di qua dal mare, è impensabile per loro può valere la pena, allora forse quello che lasciano al di là dal mare, è un orrore ben più grande di quello che il nostro cuore possa immaginare, e i nostri occhi possano vedere. 

E in tal caso, neanche la pornografica ostentazione della morte di un bambino migrante, ignaro lui stesso della propria vita e della propria morte, ma frutto e veicolo della speranza di futuro che la sua famiglia aveva riposto in lui, può farci aprire gli occhi e comprendere. 

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